Eppure era stanca. Cosa l’aveva spinta ad uscire? La bella giornata? Un riflesso istintivo alla luce del pomeriggio, uscire prima della sera, prima della cena da sola davanti al televisore, o ubriaca di sonno, stesa sul letto, con un pigiama non stirato, sempre davanti al televisore senza capire niente di quello che dice, solo le voci per poter riposare senza paura. E quindi era uscita, vagamente serena, per una passeggiata in centro, che era tempo, precisamente dal periodo del suo matrimonio, che non ci andava più. Il Destino, che era una parola così tragica che non le piaceva per niente, quel Destino lì era sempre appostato davanti al portone della sua casa, e anche se cambiava abitazione con il favore della notte, come effettivamente aveva fatto, il Destino pagava i trasportatori in tutto segreto, e si faceva spifferare la nuova Destinazione. Il Destino l’aveva seguita anche quel giorno, probabilmente più condotta, verso il ponte sul fiume a guardare la prospettiva sul filo degli altri ponti, e in fondo, in un’ansa, le torri del castello. E l’aveva distolta proprio in quel momento lì, mentre abbassava gli occhi e poi si girava, giusto in tempo per veder passare suo marito, il suo ex marito, al braccio d’una donna, e a corona, una bambina che gli trottava accanto, una bella bambina bionda, che nessuno dei due lo era, mentre lei si, lei era bionda, e somigliava tanto a quella bambina, ma guarda un po’, lei che con loro non c’entrava niente. Erano persino risolenti. Suo marito, invecchiato certo, i capelli erano ormai tutti bianchi, dimagrito, ben vestito, e la donna, una donna semplice, una bruna acqua e sapone, nitida come una lucia mondella.
Che cosa l’aveva spinta ad uscire? Si chiedeva piena di amarezza, mentre percorreva nel tratto inverso alla coppia felice, il ponte, per infilarsi in un quartiere storico della città, un vecchio quartiere popolare ormai abitato da inglesi e americani. Erano passati degli anni, ma lei continuava a vivere in quel matrimonio. Era in fondo lieta che suo marito avesse trovato la serenità, o comunque una nuova compagna, e l’avesse lasciata in pace, dopo un periodo terribile, di recriminazioni, litigi spaventosi perfino in mezzo alla strada, cosa che lei odiava, segreta com’era e riservata. Era stato duro strapparsi ad un sogno, ad un progetto, a qualcosa che le aveva permesso di avere un posto ai suoi stessi occhi. Ma era finito, tutto veramente impossibile da mandare avanti. Non che lei non amasse più suo marito. Non aveva amato altri, e non è vero che l’abitudine non è amore, lei sapeva trarre una grande gioia dall’abitudine e dalla stabilità. Non era inquieta, insomma. Eppure, un giorno, aveva capito che doveva mettersi da parte.
Ogni tanto sostava a guardare qualche vetrina, ma non era che un riflesso quella curiosità, un riverbero dell’antico progetto: mettere su una casa, adornarla di oggetti gradevoli, dare un carattere alle proprie stanze, respirare insieme, non c’è niente da fare. Ora aveva una casa in cui tutto quello che la circondava le parlava di un tempo in cui si dannava per mettere su una famiglia. Tutte quelle cianfrusaglie erano ormai mute, e troppo cariche di ricordi e significati. Emanavano il delittuoso fascino del fallimento. Aveva fame, avrebbe mangiato una pizza, in qualche trattoria.
Non le andava di tornare subito a casa. In definitiva, lei non ce l’aveva una casa. E nemmeno riusciva a cercare una trattoria, perché in qualche modo era ancora a passeggio dietro la coppia felice.
C’erano delle bancarelle con dei monili artigianali. Si fermò a sbirciare, per far passare il tempo, si era quasi al tramonto e la città aveva la sua mezz’ora di bagliori, le facciate delle case diventavano d’oro e di fuoco, il buio dei vicoli per contro si approfondiva. E poi c’era quella bambina. Questo lei non l’aveva saputo. Era contenta per lui, veramente. Loro non ne avevano di bambini, ci avevano provato ma poi lei aveva lasciato perdere. Non le importava molto, e non le sembrava il caso di insistere a chiamare nella loro vita complicata un ragazzino che non ne voleva sapere. Certo è che quella bambina corrispondeva ad un suo sogno, molto antico, era appena adolescente, e aveva sognata una bambina tale e quale a quella. O forse ora le sembrava così. Scosse la testa. Scelse un paio di orecchini e contrattò sul prezzo. Non aveva mai avuto molto denaro, questa è la verità, e aveva pesato sulla loro vita, come un macigno, altroché.
Osservava attentamente il suo acquisto per trarne conforto. Ora viveva sola, aveva dovuto riconsiderare ogni atto della sua quotidianità. C’era stato del sollievo sulle prime, tanto tempo per sé, per i propri pensieri, e soprattutto per dormire. Tornava a casa e dormiva senza dare spiegazioni e senza doveri da rimandare o il cui assolvimento andava giustificato. Sulle prime, a pensarci, dormiva solo, e nelle tregue, quando riusciva a tenere gli occhi aperti, contava i soldi, che al solito non bastavano mai. Si erano appena lasciati, e tutto taceva, e se fosse andata così, lasciar cadere nel silenzio e nell’educazione quel distacco, si sarebbero risparmiate molte ferite. Ma dopo poco erano iniziate le telefonate, i ripensamenti aggressivi, le recriminazioni meschine. Alla fine si era stancata di spiegare. Come dirlo che loro si lasciavano perché con una frase qualcuno era riuscito a strappare il manto sotto il quale si erano rifugiati? Che lei aveva intravisto qualcosa, in quelle parole, una strada nuova, e che l’aveva imboccata senza potersi più fermare. Stavano invecchiando, non ci si poteva arrestare e soprattutto non si poteva tornare indietro. Alle loro spalle si era come chiusa una porta di ferro. A lei sembrava questo, sentiva quella lama che era calata sulla storia, la sua personale. “Mai più” al posto di “può darsi” e “speriamo”. Una cosa tipo: i giochi sono fatti. E ne aveva tirato su una pena sottile, instancabile, un nero di seppia che penetrava in ogni dove, specie nei suoi pensieri. Tutto sembrò iniziare a causa di un orologio.
Suo marito lo aveva trovato in un cassetto in casa del padre, un orologio a cipolla, di quelli con i due boxeur sulla cassa, il quadrante blu e la scritta Mosca in cirillico, e al centro del quadrante il simbolo delle Olimpiadi. Era un oggetto gradevole e lei voleva tenerlo. Avevano tanti oggetti piacevoli, di famiglia e non, e lei era affezionata alle cose, emanavano un gran fascino alcune di loro, ed è per questo che si costruiscono, si vendono, si rubano, si comprano, si tengono e si tramandano. Questo diceva a suo marito per convincerlo a non dare via l’orologio. Ma c’era qualcuno presente quel giorno, forse un amico, forse un parente, non vuole ricordare, e aveva detto che ormai cosa se ne facevano di tutte quelle cose, a chi le avrebbero mai dovute lasciare che non avevano figli, né nipoti. La porta si era chiusa, una porta pesante, inutile guardare indietro, si rischiava di diventare statue di sale. E a guardare avanti c’era da reinventarsi tutto, una ragione difficile da ricreare, che le sembrava la loro storia non ne avesse più a sufficienza, non potesse più essere esclusivamente racchiusa nel loro cerchio senza che questo non le apparisse grigio, inutile, già morto. Non c’era stato niente da fare. Ci aveva ragionato in solitudine per almeno un anno, e però ogni atto appariva stinto, ogni iniziativa già fiaccata in anticipo. Fino alla distanza, perché tutto le cadesse dal cuore, lentamente si scollasse come cosa irrecuperabile. Non lo amava forse suo marito mentre lo supplicava di lasciarla andare? Cosa poteva dirgli, non sarebbe mai stata creduta. Avevano tristemente sperimentato ogni cliché: non mi ami più, hai un altro, ti ho delusa, hai un altro con i soldi, insomma ti faccio schifo, vai via tu, no vado via io, infine si erano pure picchiati.
Era indubbiamente stato un grande amore il loro, soprattutto mentre si insultavano con un grandissimo dolore al centro del petto, inutile strapparsi via a manate tanti anni nei quali si erano comunque sorretti.
Voleva entrare in una pizzeria piena di gente. Voleva stare sola in maniera confortevole. Non preferiva, grazie, accomodarsi fuori, sotto la tenda verde, a guardare il passaggio dei turisti, voleva stare dentro, dietro la vetrina che rilanciava gli ultimi raggi di sole. Una pizza, acqua naturale, forse un dolce, dopo. Provò a guardare fuori della grande vetrata, sotto la tenda dove cozzavano i tavolini e i gomiti di chi ci stava seduto attorno. Ma nessuno se ne dava pena, gli stranieri erano nella grande città gloriosa, erano felici, dopo la pizza ordinavano un cappuccino.
Infine tutto si era placato. Suo marito si era stancato, aveva faticato tantissimo a ritrovare una strada su cui camminare. Lo aveva immaginato, lo aveva saputo subito ma non poteva farci nulla. Oggi il Destino che l’aveva così dolcemente spinta ad uscire, le aveva offerto una risposta. Così i fili si erano riannodati, e lei sapeva che da quella porta di ferro suo marito era riuscito a sgusciare via, e questo, questo le dava una grande gioia.
Mentre si rilassava appoggiata alla sedia di paglia del locale, e sceglieva il suo dolce preferito, lentamente, come rispondendo al mondo che le respirava a fianco, sollevò lo sguardo.
Passavano. Lei al braccio di lui, e la bambina sul petto di suo marito, gli si teneva al collo con le braccia. Perciò le sembrò che la sua vita, tutta la sua vita, non avesse fatto altro che rispondere a quell’appuntamento, prima sul ponte ed ora lì, mentre scorreva il passaggio di suo marito e della loro figlia. Non era anche sua quella bambina? Non si era spostata dalla strada, era questa la verità, la necessità che non poteva confessare, perché qualcuno la proseguisse nonostante lei?
L’orologio di Mosca non c’era più, o forse lui l’aveva ricomprato dal rigattiere a cui allora l’aveva venduto, perché rivivesse, perché quella bambina che tanto le somigliava, lo trovasse un giorno, in un cassetto.