
Il giornalismo d’inchiesta è un lavoro che non si può svolgere restando al sicuro in una redazione o parlando esclusivamente con figure istituzionali e irreprensibili, e spesso per portare alla luce ciò che è nascosto e comprendere dinamiche complesse, è indispensabile confrontarsi con personaggi controversi, le cui storie sono segnate da problemi giudiziari e frequentazioni ambigue. Senza questo contatto diretto, molte verità rimarrebbero sepolte per sempre.
La recente vicenda che vede coinvolto Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, insieme all’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, mostra chiaramente questa realtà. Quando un cronista frequenta un personaggio dal passato tormentato, che in quel momento appare inserito in contesti ordinari — come la gestione di un ristorante romano frequentato da figure di spicco —, i confini professionali possono sfumarsi, ed è naturale che con il tempo si sviluppino rapporti di familiarità e di empatia, legati alla condivisione di confidenze e fragilità umane, come la tenerezza provata da Ranucci per la situazione familiare della sua fonte. Chi critica tutto questo con falso moralismo non capisce che la fiducia si costruisce anche sedendosi allo stesso tavolo con chi ha un passato difficile, e il rischio che queste relazioni sfocino in risvolti drammatici o imprevedibili fa parte del mestiere ed è il prezzo da pagare per garantire il diritto all’informazione.
La mia esperienza passata presenta analogie con il percorso professionale di Ranucci, dimostrando che chi fa informazioner seriamente non sempre si confronta con figure specchiate. Ieri ho condiviso un vecchio audio che documenta i miei passati contatti con Georges Starckmann, un trafficante di armi che, nonostante l’età avanzata, ha 99 anni, lo scorso anno è stato coinvolto nel tentativo di vendere cannoni antiaerei. Proprio come nel caso di Ranucci, il rapporto è iniziato come una ricerca di informazioni e si è sviluppato nel tempo, pur rimanendo in una dinamica priva di qualsiasi complicità nelle sue attività illecite.
Le critiche e gli attacchi rivolti oggi a Ranucci – specialmente da parte di altri suoi colleghi – appaiono squallidi e ipocriti. Le vere inchieste non si fanno analizzando comodamente i comunicati ufficiali alla scrivania, e questa polemica sembra piuttosto un tentativo strumentale per mettere a tacere una voce scomoda, sfruttando dinamiche che sono invece comuni a chiunque scavi a fondo nella realtà.
La mia esperienza è costellata di contatti con contesti estremi, del tutto simili per complessità a quelli vissuti dal conduttore di Report. In passato ho avuto rapporti con esponenti dell’estremismo islamico, a partire da un dissidente libico che combatteva il regime di Gheddafi. Parlavamo la sera per raccogliere notizie utili ai miei articoli, e col tempo sono entrato in contatto con la sua sfera privata, scoprendo solo in un secondo momento il suo legame con al-Qaeda. Anche in quella circostanza si era creata una forma di empatia umana, e mi dispiacque scoprire la sua reale identità di terrorista. Successivamente, per una serie di circostanze – che non sto qui a narrare, ma che potete ascoltare in questa intervista di Nicolai Lilin per Tgcom –, mi sono ritrovato a operare come infiltrato nei canali social segreti dell’Isis. Queste esperienze, così come la frequentazione di persone con condanne pesanti, che si sono poi rivelate estranee ai fatti, dimostrano come il vissuto di chi fa inchiesta e quello di Ranucci condividano la stessa identica necessità: muoversi sul filo del rasoio e gestire fonti complesse per svelare i retroscena del potere.
A prescindere dagli sviluppi delle indagini e dalle risultanze investigative ed eventualmente processuali, vi sono aspetti inconfutabili. L’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci è avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025, mentre il sondaggio incentrato su una possibile discesa in politica di Sigfrido Ranucci — come potenziale leader del “campo largo” del centrosinistra — è stato elaborato a giugno 2026, diversi mesi dopo l’attentato. Dalle ricostruzioni emerse, l’ipotesi del sondaggio per lanciarlo come leader del “campo largo” è stata liquidata sia dagli inquirenti che dallo stesso giornalista come una “congettura assurda” e una mossa priva di fondamenta reali. Sebbene Valter Lavitola gli avesse effettivamente mostrato le domande del sondaggio, l’iniziativa è rimasta una trovata estemporanea del faccendiere, lontana dalle reali intenzioni del giornalista, che ha sempre ribadito la sua totale estraneità a progetti di discesa in politica.
Se si guarda alla vicenda con una logica lineare, l’idea di colpire violentemente qualcuno per poi proporgli un progetto politico pochi mesi dopo non sembra avere alcun senso, salvo che l’attentato di ottobre possa essere stato concepito come un atto di avvertimento, di pressione o di ritorsione legato a dinamiche rimaste sommerse. In quest’ottica, il successivo sondaggio politico di sette mesi dopo potrebbe rappresentare una strategia opposta, ovvero un tentativo di aggancio, di lusinga o di riposizionamento nei confronti del giornalista, passando dal bastone alla carota per pilotarne o neutralizzarne l’influenza pubblica.
Se Lavitola non è però il mandante – come lui stesso sostiene – la linea temporale torna ad avere senso. L’attentato dell’ottobre 2025 potrebbe essere stato commissionato da altri soggetti, magari per lanciare un messaggio trasversale, mentre il sondaggio del 2026 rimarrebbe semplicemente una delle tante iniziative estemporanee nate all’interno del loro reale rapporto di frequentazione.
Esiste però anche la possibilità che il sondaggio non fosse un reale progetto politico, dato che nessuno, a partire da Ranucci, lo ha mai preso sul serio, ma una trappola o una mossa studiata a tavolino per creare un polverone mediatico. Associare il nome di un giornalista d’assalto a manovre politiche partitiche serve a minare la sua credibilità e la sua terzietà. L’attentato prima, per spaventare o isolare, e il finto progetto politico poi, per delegittimare, potrebbero far parte di una più ampia strategia di logoramento orchestrata da chi voleva mettere il silenziatore a Report.
Proprio per questa mancanza di una logica apparente, i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia stanno analizzando a fondo i telefoni, i computer e i manoscritti sequestrati a Lavitola, con l’obiettivo di capire se dietro l’attentato ci fosse un movente del tutto slegato dalle vicende successive o se entrambe le azioni facessero parte di un disegno manipolatorio molto più profondo.
In ogni caso, e fino a prova contraria, dal punto di vista giudiziario, Sigfrido Ranucci non ha alcuna responsabilità, tanto che è a tutti gli effetti la parte lesa, cioè la vittima dell’attentato. Non è indagato né accusato di alcun reato.
Il dibattito e le polemiche che lo coinvolgono si muovono esclusivamente sul piano dell’opportunità professionale e delle scelte deontologiche, concentrandosi sulla natura del rapporto con la sua fonte, che avrebbe frequentato assiduamente, e sul fatto che tra i due fosse nato un legame molto stretto, fatto di telefonate quotidiane e cene, che ha spinto alcuni osservatori e colleghi a contestare a Ranucci una presunta mancanza di distacco o di prudenza nel gestire una figura dal passato così ingombrante.
Se proprio vogliamo muovere una critica sensata al suo operato, l’unica accusa plausibile potrebbe riguardare una sua presunta parzialità, legata al fatto di colpire più spesso una determinata area politica. Ma a questo punto bisognerebbe domandarsi, con onestà v- che non riconosco oggi a quanti muovono lr critiche – quali giornalisti e quali organi di informazione, nel panorama italiano, riescano a essere davvero neutrali e a comportarsi in modo differente. Senza alcuna intenzione di schierarsi a priori a sua difesa, l’impressione generale è che tutta questa vicenda stia tornando utile soprattutto a chi, già da molto tempo, cercava un pretesto efficace per metterlo a tacere e neutralizzare la sua voce.
Un progetto che sembra riuscito, poiché la sovrapposizione tra la figura di vittima e la frequentazione così stretta con il presunto mandante ha spinto i vertici della Rai a sospendere in via precauzionale le repliche estive di Report, ufficialmente per tutelare il marchio della trasmissione e la stessa redazione in attesa che l’indagine faccia piena luce sui fatti.
Caro Ranucci, non voglio ergermi a tuo avvocato difensore, né nutro per te una sperticata simpatia, ma trovo vomitevoli le illazioni delle quali, seppur velatamente, sei oggetto. In particolare da parte di velinari e servi del potere, che non hanno mai battuto il marciapiede, se non nel senso più antico e meno onorevole del concetto.
A Ranucci e ai giornalisti di Report va l’augurio di continuare a cercare la verità senza lasciarsi intimidire, mantenendo sempre la schiena dritta e gli occhi aperti, per difendere quel giornalismo libero, scomodo e testardo di cui questo Paese ha un disperato bisogno.
Gian J. Morici