
Adele aspettò. Che dal corpo sparissero le ferite. Ogni giorno affrontava la vita che le avevano offerto: una piccola casa in una grande città. Un lavoro semplice, la possibilità di concludere gli studi. La sera scriveva delle lettere. In un negozio dell’usato aveva trovato delle confezioni ingiallite di carta da lettere. Una aveva un disegno all’angolo di ogni foglio. Erano dei fiordalisi. La carta era spessa. Le buste rettangolari. Le piaceva tantissimo, le sembrava un lusso tenere quelle cartelle in fondo al cassetto, e mettere lì vicino un mazzetto essiccato di elicriso, un bastoncino di cannella, un profumo di casa che aveva sempre sognato. Pensò al profumo di Ettore, quello di sapone sulla pelle scaldata dal sole, quella pulizia scrupolosa e pratica di uomo che non permette alla fatica di sovrastarlo, di annullare la sua dignità, ma anzi, le rende significato. Dovette spesso legarsi all’immagine di Ettore per non perdere la strada. Non volle pensare che non l’avrebbe più amata, che l’avrebbe disprezzata, lei che solo nei suoi occhi si era vista intera, persona, amabile.
Ma per ritrovarlo doveva ripartire dalle fondamenta. Lavorare, studiare, mangiare, dormire, tenere in ordine le sue cose. Esplorare delle mappe. In una estate caldissima si diplomò. Con un altro nome e un altro aspetto. Aveva tagliato i capelli, erano tinti di biondo, e gli occhi non erano più scuri e profondi, ma avevano delle sfumature d’azzurro, grazie alle lenti colorate. Al lavoro non disse nulla. A pranzo festeggiò da sola con un tramezzino e un chinotto. Lo disse agli agenti di controllo. Erano uomini di mezza età e si congratularono, le predissero un futuro migliore. Non sapeva molto di loro. Avevano la fede al dito, con lei erano sempre stati corretti.
Poi, qualcuno le infilò un biglietto sotto la porta. Guardò dallo spioncino e c’erano solo dei ragazzi che pulivano le scale. Il biglietto era della signora Banti. Un link di google, il numero della prenotazione di un treno. Di notte. Un treno che attraversava il Paese e dopo c’era il mare.
Così Adele attese. Poche cose da portare via, soprattutto la cartella con le lettere. Un paio di scarpe, della biancheria. Un passaporto che era lì da quando glielo aveva procurato la signora Banti, e cioè prima di essere dimessa dall’ospedale e trasferita in una residenza protetta. C’era stato un processo. Non si sarebbe mai tirata indietro, Ma ora doveva andare. Qualcosa la teneva su, immagini al posto delle foto che non aveva potuto tenere. Sensazioni e desideri. Ritrovare Ettore, ritrovare Stella, ritrovare il suo posto. Zia Elide era sparita da tempo e nessuno era riuscito a trovarla. Di Ettore e della bambina non c’erano tracce. Ma lei aveva un link.
Prima di chiudersi la porta alle spalle, depositò il suo telefono sul tavolino all’ingresso. Vicino alla stazione comprò un cellulare usato, con la sua nuova identità. Aprì il link. Era una mappa. Da ingrandire, molto. Un punto lontano nel folto di una montagna.
Alla sera, il fuoco nel camino, a volte “parla”.
Che vuol dire? chiede Stella
Senti questa voce?
Smette di mangiare la minestra. Sente un soffio, un leggero lamento sulla punta del fuoco.
Che vuol dire? chiede ancora
Zia Elide sorride. Ettore le dice che quando il fuoco parla arriva un viandante. Uno che le gambe lo hanno portato lì, proprio da loro.
Poi Ettore tace. Sembrava una cosa bella da ricordare, ma ora ne ha paura. Il vento entra dalla canna fumaria, sibila dentro il fuoco,
Tre anni in cui ha ricostruito il tetto, ma non lo strappo dentro la sua vita. Per loro è meglio se lassù non arriva nessuno. Si può sparire al mondo? Stella sa tante cose del legno, dei sassi, dell’acqua e del fuoco, degli animali, della terra. Sa prendersi cura, lei così piccola. Ma può essere una vita tenerla nascosta? Era andato in città, in uno di quei parchi dove si portano i bambini. Lei aveva la montagna, ma fu contenta dello sterrato su cui avevano montato uno scivolo scrostrato, e dei bambini come lei. Ettore la portava ogni settimana, in quei giorni feriali dove nessuno veramente bada a te. E al ritorno lei gli aveva chiesto se deve esserci anche una mamma o se zia Elide era la sua mamma. Per questo ed altro non riusciva a dormire bene, ed ora aveva paura della diceria del fuoco.
-Finiamo la minestra e andiamo a custodire insieme il cavallo?-
La notte d’estate fredda della montagna, l’acqua ancora ghiacciava nel secchio. Stella lo aiutava con le coperte, e il fieno fresco. Lasciò due mele per la cavalla. Lavorarono in silenzio. Poi l cavalla girò il muso verso l’entrata della stalla. Il cane inizio ad abbaiare. Poi silenzio.
-E’ il lupo?- chiese Stella, -lo voglio vedere_
-No, non lo è. Lui non si fa vedere. Ha paura-
Stella si avvicinò alla cavalla.
-Come noi?- chiese
Ettore ci pensò.
-Si- mormorò, -come noi-
Avrebbe voluto prenderla in braccio e farle scordare quel pensiero, ma non gli sembrava onesto. Non era veramente meravigliato della capacità della sua bambina. Uscirono ed Ettore alzò gli occhi verso il cielo.
-Le stelle!- esclamò la bambina. Quel cielo le si rifletteva negli occhi e ad Ettore sembrò di non aver mai visto uno spettacolo più bello. Poi di nuovo, il cane cominciò ad abbaiare.
-Il lupo!- esclamò la bambina. Ma senza timore. le galline erano chiuse, così il cane, ed il cavallo: avevano ricoveri a prova di lupo.
Il lupo saliva leggero, non si sentiva il suo respiro. E si fermò a cinquanta passi.
E li guardò.
Sembrò ad Ettore di tornare a quel giorno in cui due ragazzi soli e dispersi si erano uniti a ridosso di una siepe, mentre lui aveva paura che lei prendesse freddo, o lo rifiutasse, e invece lo aveva stretto. Stesso richiamo magnetico, stesso desiderio, stessa paura, stessa gioia, stesso dolore. Stessa fame. Due lupi. Nessuno colmava la distanza.
Adele era ferma e li divorava con gli occhi. E gli occhi erano saturi di domande.
Con il tempo, pensò Ettore, sarebbe tornata lei, un dipinto di luci e di ombre. Con il tempo sarebbero tornati loro, raccolti nelle promesse che si erano fatti.
-Non è il lupo- disse infine Stella.
Lasciò la mano del padre e camminò verso Adele.
Fine
Sara Milla