
(di Mario Calatabiano)—Da qualche tempo ad Agrigento si è aperto un vuoto che nessun piano regolatore sembra riuscire a colmare: la scomparsa temporanea delle articolesse e dell’indignazione del mozzo di bordo che spara moccoli quando la barca fa acqua. Per anni, la città ha vissuto una stagione d’oro dell’articolessa a senso unico, dove matite affilate e tastiere instancabili, 24h su 24h, hanno trovato un bersaglio privilegiato e praticamente permanente. Una sorta di luna park della difesa d’ufficio: sempre la stessa giostra, ma con applausi e proventi assicurati a ogni giro. Poi, improvvisamente, il silenzio. O meglio: un silenzio creativo, selettivo, quasi meditativo. Come se la l’articolessa avesse deciso di prendersi un anno sabbatico. Coincidenza? Necessità artistica? Crisi d’ispirazione stagionale? Gli agrigentini, ormai abituati a una produzione continua di indignazione, si ritrovano oggi spaesati. C’è chi dice di sentire la mancanza delle storiche “denunce&allusioni”, chi rimpiange la costanza dell’analisi politica (?) in formato spaparanzato, e chi invece si limita a osservare il cielo chiedendosi quando ripartirà lo stillicidio del mozzo di bordo. Il paradosso è evidente: per anni l’articolessa è stata una compagnia fissa, quasi un servizio pubblico di leccornie prelibate. Ora che la scena politica è cambiata, il nuovo copione uscirà dai cassetti? E così resta la domanda che aleggia tra i bar, le piazze e i social: l’articolessa tornerà a pieno regime, pronta a colpire con la consueta energia ogni nuova stortura cittadina? Oppure siamo davanti a una delicata fase di “pensione creativa anticipata”, in attesa della “carne di bancata” (direbbe Emma Dante) più favorevole all’ispirazione? Nel frattempo e ancora per poco, Agrigento resta in stand by, non tanto di nuove articolesse che gridavano vendette grammaticali e stilistiche, quanto di capire se l’indignazione era un principio o semplicemente una stagione.