
Dalle critiche alla gestione della Commissione Antimafia ai dubbi sulla legittimità di indagare reati già prescritti. L’analisi del giurista Giovanni Fiandaca mette in luce i rischi di una deriva che sacrifica le garanzie costituzionali e la reputazione dei singoli sull’altare di una presunta verità storica.
Da profano, avevo già espresso forti dubbi riguardo alla scelta di indagare su vicende ormai cadute in prescrizione, criticando anche il clamore mediatico sollevato intorno ai fatti e alle persone coinvolte. Stavolta però a prendere posizione non è un quisque de populo; una delle tante casalinghe di Voghera, pseudo esperte in materie giuridiche, né un giornalista appartenente a truppe cammellate.
A intervenire è il professor Giovanni Fiandaca, illustre giurista e storico, massimo esperto di diritto penale e dinamiche mafiose, oltre che professore emerito all’Università di Palermo. Lo ha fatto attraverso un dettagliato editoriale pubblicato sul Foglio, una lettura che suggerisco vivamente di approfondire.
Secondo Fiandaca, da tempo emerge una certa difficoltà nel distinguere i campi d’azione tra magistratura e Commissione parlamentare antimafia, specialmente quando lavorano in parallelo sugli stessi casi. Una sovrapposizione che comporta il rischio concreto di generare confusione nelle indagini e di compromettere i diritti dei singoli individui coinvolti. Le garanzie fondamentali – sostiene il giurista – devono essere assicurate a chiunque, sia esso un indagato o un soggetto la cui reputazione viene messa in discussione. Il fatto che la Commissione sia un organismo politico non la autorizz infatti a muoversi al di fuori dei limiti previsti dall’ordinamento giuridico e costituzionale.
La questione è tornata attuale durante le audizioni del procuratore di Caltanissetta in Commissione antimafia, riguardanti i moventi della strage di via D’Amelio e la possibile connessione con quella di Capaci. La procura nissena ha riaperto le indagini ipotizzando che Borsellino sia stato ucciso per impedirgli di approfondire i legami tra mafia, imprese e politica nel settore degli appalti, e questo impegno investigativo ha generato due procedimenti distinti.
Il primo – si legge nell’articolo, avviato nel 2022 contro ignoti mandanti interessati a bloccare le indagini di Borsellino su mafia e appalti, si è concluso pochi giorni fa con una corposa richiesta di archiviazione, mentre il secondo, aperto nel 2024 e ancora in corso, vede indagati per favoreggiamento aggravato gli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, con l’accusa, sorprendente viste le loro carriere, ipotizzando che i due abbiano omesso o insabbiato accertamenti cruciali proprio nel filone investigativo relativo alla gestione degli appalti.
L’ipotesi di un favoreggiamento mafioso da parte dei due magistrati – fa notare Fiandaca – ha suscitato stupore per la solida reputazione dei soggetti coinvolti e per il fatto che il reato sia ormai ampiamente prescritto, sollevando un interrogativo fondamentale sulla legittimità di un’azione penale intrapresa su fatti per i quali non è più possibile procedere.
Tale scenario permette di evidenziare le criticità emerse durante le audizioni del procuratore di Caltanissetta presso la Commissione antimafia, in particolare, la mancata secretazione delle sedute, nonostante venissero divulgati elementi e giudizi mai vagliati da un giudice. Una scelta che ha prodotto una sorta di condanna anticipata o censura morale pubblica nei confrontii di diverse persone, alcune delle quali defunte, con modalità operativa che finiscono per calpestare i principi di civiltà giuridica, negando il diritto al contraddittorio e ignorando la presunzione di non colpevolezza.
Si è assistito – secondo il professore emerito – a una dura requisitoria pronunciata fuori dal tribunale e amplificata dai media, basata sull’idea errata che in una sede parlamentare si possano ignorare le garanzie individuali, con l’obiettivo che sembra essere la ricerca di una presunta verità storica distinta da quella giudiziaria, usata come pretesto per lanciare accuse infamanti senza i vincoli dei processi, senza considerare che nemmeno agli storici è permesso attribuire reati o distruggere la reputazione di qualcuno senza prove certe o senza la necessaria prudenza nel linguaggio.
Una verità storica, quella a cui fa riferimento Fiandaca, ovvero mafia-appalti, a parer mio, e volendo parafrasare le dichiarazioni del procuratore rispetto altre indagini, vale zero tagliato in sede giudiziaria, non essendo supportata da prove, tanto che la stessa Procura ne ha chiesto l’archiviazione.
Fiandaca sottolinea come la legge affidi alla Commissione antimafia il compito di studiare il fenomeno mafioso in generale e proporre strategie di contrasto, non quello di accertare responsabilità individuali, e che l’identificazione dei colpevoli in specifici episodi criminali spetta infatti esclusivamente alla magistratura, mentre alla Commissione basterebbe analizzare i moventi generali delle stragi senza dare la caccia a singoli nomi. Per questa ragione – prosegue -, non appare necessario che un procuratore riferisca ai commissari dettagli su possibili responsabilità personali emersi da indagini preliminari e mai verificati da un giudice, e la diffusione di informazioni risulta ancora più ingiustificata se avviene in seduta pubblica, provocando una fuga di notizie su accuse prive di riscontro giudiziario.
Riguardo alle novità che dovrebbero emergere dalle recenti indagini di Caltanissetta, l’analisi del professor Fiandaca evidenzia alcuni punti da valutare con attenzione. La lettura delle quasi quattrocento pagine scritte per richiedere l’archiviazione del caso mafia-appalti come movente della strage di via D’Amelio risulta deludente per i poveri risultati raggiunti, e nonostante l’enfasi dei media, la tesi che vede in quel dossier una concausa dell’uccisione di Borsellino e Falcone è un’ipotesi già avanzata più volte in passato in sede giudiziaria. La stessa richiesta di archiviazione ammette del resto che il materiale probatorio è estremamente complesso, ambiguo e contraddittorio. Proprio per questa incertezza, secondo il professore, non è affatto possibile escludere che le stragi abbiano avuto anche altre e diverse motivazioni.
Le difficoltà nel raccogliere prove non sorprendono, considerando che le indagini sono state riaperte dopo oltre trent’anni dai fatti. Secondo Fiandaca, era poco realistico aspettarsi risultati più soddisfacenti rispetto al passato dopo un simile lasso di tempo. Sorge quindi il sospetto che l’obiettivo di questa iniziativa vada oltre l’ambito giuridico, mirando piuttosto a esprimere un giudizio di condanna morale, il cui bersaglio sembrano essere i comportamenti, ritenuti anomali o omissivi, di alcuni magistrati di Palermo attivi nel settore mafia-appalti tra il 1991 e il 1992.
Un indizio di questa impostazione si troverebbe nella richiesta di archiviazione, dove la Procura dichiara di non voler attribuire meriti o demeriti per i fatti successivi alla gestione del procuratore Giammanco. Questo porta Fiandaca a domandarsi polemicamente se spetti davvero alla magistratura inquirente distribuire pagelle di merito o demerito sull’operato dei colleghi di allora.
Il dubbio sulle reali finalità di queste indagini si rafforza con il procedimento del 2024 contro Natoli e Pignatone per presunto favoreggiamento mafioso, sempre legato al dossier appalti. Fiandaca ribadisce la questione centrale: è ammissibile indagare su un reato palesemente prescritto? Il problema è soprattutto l’enorme danno d’immagine che ne deriva per due ex magistrati indicati come complici di Cosa Nostra. A questo si aggiunge la diffusione mediatica di conversazioni private, in alcuni passaggi spiacevoli ma comprensibili se lette come reazione al trauma di un’accusa percepita come ingiusta e infamante. L’intera operazione appare dunque discutibile per le gravi ripercussioni sulla reputazione dei singoli, a fronte di un’azione penale che non può portare a una condanna.
Fiandaca si chiede se tutto questo sia legittimo, specialmente considerando che un’accusa così infamante non è mai stata vagliata da un giudice terzo, e a sostegno della sua tesi interviene una fondamentale sentenza della Corte Costituzionale, la numero 41 del 2024. La Consulta chiarisce che, di fronte a un reato ormai prescritto, il pubblico ministero perde i suoi poteri di indagine e di valutazione, e una volta accertata la prescrizione, l’unica strada percorribile è la richiesta di archiviazione, senza alcuna possibilità di formulare giudizi sulla colpevolezza dell’indagato.
Secondo la Corte, esprimere apprezzamenti sulla responsabilità di qualcuno in questa fase rischia di causare gravissimi danni alla reputazione e alla vita privata dei soggetti coinvolti. Comportamenti, conclude il professore citando la sentenza, che potrebbero addirittura esporre il magistrato inquirente a responsabilità di tipo civile e disciplinare.
L’intervento di Giovanni Fiandaca non rappresenta solo una difesa tecnica della procedura penale, ma un richiamo accorato ai valori fondanti della nostra democrazia. Quando la ricerca di una verità storica si slegata dal rigore delle prove e scavalca i confini della prescrizione, il rischio è che il processo si trasformi in uno strumento di stigmatizzazione sociale, privo di appello e di contraddittorio.
Le mie perplessità, da osservatore profano, trovano oggi conforto nell’analisi lucida di uno dei massimi esperti del settore. Proteggere la reputazione degli individui, anche quando si scava nelle piaghe più dolorose della nostra storia nazionale, non è un esercizio di garantismo astratto, ma l’unico modo per evitare che la lotta alla mafia perda la sua bussola più preziosa, quella del rispetto della legalità costituzionale.
Gian J. Morici