

Simona Mazza è una giornalista, scrittrice e docente siciliana. Dal 2011 si occupa attivamente di politica, società, storia, religioni e cultura, ricoprendo oggi i ruoli di vice direttrice di InLibertà.it e redattrice per Il Pensiero Mediterraneo.
Dal 2013 ha focalizzato il suo lavoro di d’inchiesta sui temi più caldi e complessi della storia italiana recente: criminalità organizzata, massoneria deviata e i rapporti opachi tra mafia e apparati dello Stato. Tra i suoi approfondimenti spiccano le ricerche sul caso Emanuela Orlandi, sulla figura di Mehmet Ali Ağca, sulle rivelazioni dei pentiti e sui depistaggi legati alla stagione delle stragi.
È vero che a breve uscirà un Suo nuovo libro?
Sì. Si intitola “U baccagghiu” e l’ho scritto insieme a Isabella Silvestri, autrice della serie di podcast dal titolo “Cia – I servizi segreti americani e il terrorismo in Italia”, letti da Fabio Fabiano, e del romanzo dal titolo “La ragazza eitrea”.
È un lavoro nato dall’incontro fra due percorsi differenti. Isabella è arrivata al tema attraverso l’analisi delle fonti giudiziarie, delle testimonianze – anche orali siciliane -; io attraverso la ricerca storica e linguistica, il giornalismo e anche una familiarità culturale che deriva dall’essere nata e cresciuta in Sicilia.
Il libro studia ciò che accade quando parole, proverbi, metafore o semplici espressioni quotidiane acquistano un significato ulteriore, comprensibile pienamente soltanto all’interno di un determinato contesto.
Come è nata l’idea?

Da una domanda che Isabella si pose ascoltando, durante un’udienza, la deposizione di un collaboratore di giustizia. Alcune espressioni utilizzate dal testimone possedevano un significato apparentemente evidente e tuttavia lasciavano intuire qualcosa di ulteriore, legato a un codice culturale che chi ascoltava dall’esterno poteva faticare a riconoscere.
Da lì abbiamo cominciato a lavorare insieme. Isabella ha seguito soprattutto le testimonianze, i verbali e le fonti processuali; io ho cercato le radici storiche e linguistiche di quelle espressioni, confrontandole con proverbi, repertori popolari, studi sul gergo e testimonianze raccolte dagli autori del passato.
Ci siamo rese conto abbastanza presto che sarebbe stato riduttivo costruire un semplice dizionario del linguaggio mafioso. Ci interessava ricostruire la logica che sta dietro quelle espressioni, capire come una parola possa attraversare epoche e ambienti differenti, modificarsi e assumere nuovi valori senza perdere completamente la memoria del significato precedente.
Quanto ha contato, in questa ricerca, il Suo essere siciliana?
Molto, perché esiste una conoscenza linguistica che precede lo studio e appartiene all’esperienza. Chi cresce in Sicilia incontra proverbi, allusioni, metafore, soprannomi, formule nelle quali una parte del significato resta affidata al contesto e alla capacità dell’interlocutore di coglierlo.
Nel libro, naturalmente, questa familiarità è stata sottoposta alla verifica delle fonti. Il passaggio per me più interessante e impegnativo è stato proprio trasformare una percezione culturale spontanea in una ricostruzione documentata.
Occorre inoltre distinguere con grande chiarezza la cultura siciliana dal linguaggio mafioso. Molte immagini, metafore e forme proverbiali sono di gran lunga anteriori alla mafia. Il linguaggio criminale se ne è appropriato in alcuni casi, attribuendo loro funzioni di riconoscimento, gerarchia, avvertimento o minaccia. Sovrapporre i due piani significherebbe attribuire alla mafia un patrimonio culturale che appartiene invece alla storia dell’isola.
Lei si era già occupata in passato di mafia e di vicende giudiziarie.
Sì. Una delle esperienze più significative fu Dai memoriali di Vincenzo Calcara. Le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino, pubblicato nel 2014.
Il mio lavoro consisteva nel riportare e organizzare quanto Calcara affermava nei propri memoriali. In quella fase godeva di un ampio credito pubblico e le sue dichiarazioni avevano ottenuto per anni attenzione nella stampa, nelle indagini e negli ambienti giudiziari.
Successivamente il quadro è cambiato in maniera sostanziale. Una lunga vicenda giudiziaria, conclusasi nel 2022, ha portato all’acquisizione di una grande quantità di atti e testimonianze e ha fatto emergere valutazioni estremamente severe sulla sua attendibilità.
Massimo Russo, che lo aveva interrogato quando lavorava alla Procura di Marsala, arrivò a porre una questione molto precisa, chiedendosi da chi provenissero realmente alcune informazioni riferite da Calcara. Gabriele Paci aveva parlato, a sua volta, della possibilità di un collaboratore “eterodiretto” e lo aveva definito un “inquinatore di pozzi”.
Quella vicenda mi ha lasciato soprattutto una consapevolezza metodologica. Una testimonianza appartiene anche al momento storico nel quale viene raccolta e deve sempre essere distinta dalla verifica successiva della sua attendibilità. Con il tempo possono emergere documenti, riscontri e contraddizioni capaci di modificare profondamente il quadro iniziale.
Rileggere oggi quel libro cambia il Suo giudizio sul lavoro svolto allora?
Lo colloca nel suo tempo.
Nel 2014 documentavo ciò che Calcara dichiarava in una fase nella quale la sua figura godeva ancora di un credito molto diverso da quello maturato successivamente. Sarebbe anacronistico attribuire a quel lavoro conoscenze emerse molti anni dopo.
Semmai quell’esperienza mi ha resa ancora più attenta alla distinzione fra testimonianza, documento e ricostruzione storica. Una fonte va ascoltata, confrontata e contestualizzata; soltanto allora è possibile comprendere quale posto possa occupare all’interno di un quadro più ampio.
Quello su Calcara è stato l’unico Suo lavoro legato a questi temi?
No. Ho curato “La mafioneria è uno Stato perfetto”, di Massimo Festa e Claudio Eminenti, che nel 2017 ricevette il Premio speciale della giuria “Franz Kafka Italia”, e “La rivelazione. 6 luglio 1950. Il mistero nascosto. Portella della Ginestra”, di Giacomo Bommarito.
A queste esperienze si è aggiunto negli anni il lavoro giornalistico su vicende legate alla mafia, alla massoneria e ad alcune pagine particolarmente controverse della storia italiana.
È un retroterra che mi è stato utile anche per “U baccagghiu”, perché mi ha abituata a lavorare sulle stratificazioni delle fonti e a distinguere ciò che viene raccontato da ciò che può essere ricostruito.
Che cos’è propriamente il baccagghiu?
È un gergo storicamente documentato soprattutto negli ambienti della malavita palermitana fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Fra le fonti più interessanti vi è il lavoro di Giuseppe Maria Calvaruso, che raccolse e studiò molte di queste espressioni già agli inizi del secolo scorso.
Nel libro, però, il baccagghiu diventa anche il punto di partenza per una riflessione più ampia. I gerghi mutano continuamente, perché una parola, quando diventa troppo conosciuta, perde parte della propria funzione cifrata. Ciò che sopravvive più a lungo è il meccanismo con cui il codice viene costruito.
Una metafora può cambiare destinatario, ambiente o funzione e continuare tuttavia a conservare tracce della propria storia.
Quindi “U baccagghiu” non è semplicemente un glossario?
No, ed è probabilmente uno degli aspetti a cui teniamo maggiormente.
Un glossario consente di trovare il significato di una parola già incontrata. Noi vorremmo fornire al lettore gli strumenti per interpretare anche un termine o un’espressione che non conosce ancora.
Questo significa imparare a domandarsi da quale ambiente provenga una metafora, quale valore possedesse originariamente, come sia stata trasformata e quale rapporto esista fra ciò che viene detto e ciò che l’interlocutore è chiamato a comprendere.
Il baccagghiu, da questo punto di vista, permette di osservare un fenomeno molto più vasto. Ogni comunità possiede zone linguistiche nelle quali il significato non risiede interamente nelle parole pronunciate, ma anche nel contesto, nella memoria condivisa e nelle relazioni fra chi parla e chi ascolta.
Che cosa vorrebbe restasse al lettore dopo aver letto questo libro?
Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto un modo diverso di ascoltare le parole.
Il linguaggio evolve, attraversa territori, cambia insieme alle comunità che lo utilizzano. Un’espressione può nascere nella cultura popolare, assumere varianti locali, essere successivamente acquisita da un ambiente ristretto e caricarsi di significati ulteriori.
Il lavoro sulle testimonianze e sulle fonti giudiziarie svolto da Isabella e la ricerca storica, linguistica e culturale che ho condotto io mostrano come sia possibile arrivare a comprendere anche realtà delle quali non si possiede un’esperienza diretta, purché si disponga di metodo, capacità critica e strumenti adeguati.
È questo, credo, il senso più ampio del libro. Offrire una chiave per leggere l’evoluzione del linguaggio, le sue varianti locali e quella parte più recondita del “si dice e non si dice” che continua ad appartenere, in forme differenti, al patrimonio culturale dell’isola, sia nel linguaggio quotidiano e di strada sia, attraverso una sua specifica appropriazione, nel gergo mafioso.
Comprenderne il funzionamento permette di leggere il linguaggio del passato e, soprattutto, di riconoscere le trasformazioni attraverso cui continua a vivere nel presente.
Questo modo di procedere sembra avere qualcosa in comune anche con il Suo lavoro nell’insegnamento. Lei ha appena realizzato un’intera collana didattica, Impara Smart. È lo stesso meccanismo?
In fondo sì, ed è un collegamento che inizialmente può sembrare curioso soltanto perché gli argomenti sono molto lontani.
Lavorando nell’insegnamento e nel tutoring mi sono resa conto che conoscere una risposta serve relativamente poco se non si è compreso il procedimento che consente di raggiungerla. È proprio da questa esperienza che nasce Impara Smart, la collana alla quale lavoro dallo scorso anno e che nel 2026 è arrivata alla pubblicazione di dodici volumi.
Il principio è sempre quello di rendere visibile il meccanismo. Quando insegno latino, greco, grammatica italiana, lingue o un metodo di studio, cerco di fornire allo studente criteri che possa utilizzare anche davanti a qualcosa che non ha mai incontrato. In U baccagghiu accade, su un piano completamente diverso, qualcosa di simile.
Mi interessa poco consegnare al lettore un elenco di soluzioni già pronte. Mi interessa offrirgli uno strumento che gli permetta di formulare domande corrette, riconoscere una struttura, individuare relazioni e arrivare autonomamente a una possibile interpretazione.
Probabilmente è questo il filo che unisce lavori apparentemente molto distanti fra loro. Non tanto l’argomento, quanto il modo di affrontarlo.
Che si tratti di decodificare il linguaggio cifrato della criminalità organizzata o di guidare uno studente verso la comprensione di un testo antico, la lezione è la medesima: la vera conoscenza non risiede nell’accumulare risposte preconfezionate, ma nell’acquisire il metodo per decifrare la realtà.
“U baccagghiu” – di Simona Mazza e Isabella Silvestri -, in uscita a breve, si preannuncia come un saggio fondamentale non solo per chi desidera esplorare la storia linguistica e culturale della Sicilia, ma per chiunque voglia imparare a leggere tra le righe del nostro presente, ascoltando con attenzione critica ciò che vive oltre le parole.