
Mentre il clamore sul conduttore di Report satura giornali e TV, decisioni come quelle sulle chat di Delmastro e le clamorose rivelazioni del boss Graviano rischiano di passare nel totale disinteresse dell’opinione pubblica.
Il caso che riguarda Sigfrido Ranucci si sta trasformando in un vero e proprio tormentone mediatico estivo. Ma davvero questa storia merita un’attenzione così ossessiva da parte della politica e dei mezzi di informazione, che continuano a dedicarle titoli di testa e prime pagine tutti i giorni, dai principali quotidiani nazionali fino alle testate dei centri più piccoli e periferici?
Quando l’attenzione dell’opinione pubblica viene calamitata da una singola vicenda dal forte impatto mediatico, il rischio è che quest’ultima si trasformi in una colossale arma di distrazione di massa. Il continuo clamore sollevato attorno al caso che coinvolge Sigfrido Ranucci e la redazione di Report sta progressivamente saturando il dibattito pubblico, occupando le prime pagine dei giornali e i palinsesti televisivi con uno scontro politico permanente, che rischia di oscurare decisioni, atti normativi e passaggi istituzionali di estrema rilevanza per la democrazia, a cominciare dagli atti e dai dossier di recente secretati dal governo.
Per fare un esempio, la vicenda che riguarda il deputato ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il diniego opposto dalla Camera dei Deputati di concedere alla Procura di Roma all’utilizzo giudiziario delle conversazioni e delle chat scambiate tra il parlamentare e un imprenditore romano, indagato e poi condannato in primo grado nell’ambito di un’inchiesta antimafia, di fatto passa in secondo piano.
ha riguardato la partecipazione di Delmastro a una società societaria (“Le 5 Forchette Srl”) che gestiva una ristorazione a Roma. Tra i soci figurava la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, uomo poi condannato in via definitiva per reati di intestazione fittizia legati al clan camorristico dei Senese.
Benché Delmastro non sia risultato indagato per questa vicenda e abbia successivamente ceduto le proprie quote spiegando di non essere a conoscenza dei precedenti della famiglia Caroccia, la Procura di Roma ha richiesto di poter acquisire ed esaminare le chat e le conversazioni scambiate tra il politico e Mauro Caroccia ai fini investigativi, ma la Camera dei Deputati ha reso la vicenda un caso politico votando per negare ai magistrati l’autorizzazione all’utilizzo di tali comunicazioni riservate.
Quando l’attenzione mediatica tende a focalizzarsi sugli scontri ad personam, sulle polemiche da talk show e sulla propaganda incrociata, si fa sì che decisioni come il diniego di autorizzazione giudiziaria nei confronti di esponenti dell’esecutivo o l’apposizione del segreto su atti amministrativi si consumino nelle aule parlamentari nel quasi totale disinteresse dell’opinione pubblica generale.
Il “caso Delmastro”, i suoi rapporti societari e la vicinanza a taluni soggetti, nonché l’inaccessibilità dei documenti e la secretazione delle comunicazioni passano in secondo piano rispetto al clamore mediatico di una vicenda come quella di Ranucci che certamente non ha le stesse implicazioni, con l’effetto finale, e forse con lo scopo, di dividere il pubblico in tifoserie e distogliere lo sguardo dai temi davvero scomodi per il potere politico, confermando come la distrazione di massa sia uno dei più efficaci strumenti di gestione del consenso.
Perfino fatti giudiziari di portata storica, rischiano di passare sotto traccia, come quello riportato dal Fatto Quotidiano, secondo il quale il boss stragista Giuseppe Graviano ha espresso tramite il suo legale la volontà di rendere dichiarazioni sui presunti rapporti economici della sua famiglia con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri e sui soldi investiti nei cantieri al Nord.
A prescindere dalla veridicità di quanto sosterrà Graviano, un capomafia condannato per le stragi del 1992 e 1993 che chiede di essere sentito dai magistrati di Caltanissetta o che risponde alle domande dei pm al processo di Firenze travalica per gravità istituzionale qualsiasi contesa politico-televisiva.
Mentre si consumano battaglie legali decisive, come la richiesta dei familiari delle vittime della strage di via D’Amelio di revocare l’archiviazione su Dell’Utri per disporre un incidente probatorio su Graviano, la grancassa mediatica mantiene i riflettori puntati su Ranucci, relegando ai margini i nodi mai sciolti sulle responsabilità della storia recente del Paese.
In un sistema d’informazione sano, il ruolo dei media dovrebbe essere quello di illuminare le zone d’ombra del potere, non di offrire uno schermo per nasconderle. Continuare a sovraesporre una controversia televisiva lasciando che dossier istituzionali, stragi di mafia e depistaggi, e decisioni parlamentari sul segreto di Stato scivolino nell’indifferenza non è solo una scelta editoriale discutibile, ma il sintomo di una democrazia che preferisce il tifo da stadio alla trasparenza, e finché l’opinione pubblica continuerà a farsi distrarre dal clamore mediatico, i reali snodi del potere rimarranno felicemente al riparo da sguardi indiscreti.
Gian J. Morici