
Nel paese, a valle, c’era un piccolo market. Aveva poche cose e lui pochi soldi.
Quello che più gli interessava era non dare nell’occhio, ma la gente non si mostrava interessata a lui. Perfino la farmacista aveva preso l’ordine per il latte speciale che serviva per Stella, senza nemmeno guardarlo. Di fatto, neppure lui si sarebbe riconosciuto, così tanto lo aveva sorpreso la sua immagine nell’improvviso bagliore di una vetrina.
Il paese consisteva in un’unica strada con poche case basse, costruite senza grazia, frettolosamente sulle macerie del vecchio paese che lui ricordava. Il paese delle feste, delle ricorrenze, delle processioni e del mercato, delle case antiche, con la piazza, il campanile, non c’era più. La guerra lo aveva distrutto. Non c’erano bambini, né giovani, solo uomini induriti e senza sguardo, qualche vecchia sui gradini dei vicoli, poche voci, pochi sguardi. Moltissima, arida povertà. Se possibile, una povertà diversa da quella che lui aveva conosciuto, senza dignità, cruda e squallida. Si affrettò verso la montagna. Verso la casa dei nonni, dove aveva sistemato delle stanze per viverci, e dove teneva Stella. Aveva seminato un orto, e qualcuno gli aveva venduto delle galline, che Stella adorava, quando le correvano incontro e la becchettavano come fosse un loro pulcino. Aveva tirato su utilizzando tutto quello che gli capitava, una serra che sembrava più una baracca, ma che assolveva al suo compito. Gli mancava la campagna libera, il fieno, le bestie per la mungitura, la nascita dei vitelli. Erano passati dei mesi.
Gli mancava la ragazza che aveva amato, la sua immagine perfetta. Ma non poteva pensarci, perché la paura e la rovina dell’ultimo periodo lo avrebbero portato a detestarla nel ricordo. E non voleva. Era ormai notte, nel cammino si volse a guardare il paese in basso, già muto e buio, senza speranza.
Lasciava la bambina da sola, al centro del letto dei nonni, con molte coperte a farle da barriera, il biberon pieno, tutto quello che la disperazione di tenerla nascosta gli suggeriva. La strada era tanta e lui aveva fretta e paura. Al limite della salita vide una grande sagoma accanto alla vecchia stalla. Era un cavallo. Si avvicinò lentamente. Ma non c’era nessuno, ed il cavallo era lì. In una cassa qualcuno aveva messo erba e fieno, e il cavallo mangiava tranquillamente. Ettore cercò un secchio per dargli dell’acqua. Poi si avvicinò, e il cavallo si fece accarezzare. Ettore si guardò intorno. Qualcuno aveva portato lì il cavallo, gli aveva lasciato del cibo. Lo prese il terrore di non trovare Stella. Si precipitò in casa. Stella dormiva, ma il biberon non era vicino a lei. Dalla cucina trapelava una luce di candela, e si sentiva un leggero tramestio, senza affanno. Ettore afferrò la zappa che teneva vicino al letto e si avvicinò alla cucina. Aprì la porta di colpo e sollevò la zappa. Ma in cucina, davanti al fuoco, intenta a sbucciare patate, c’era Elide.
Alzò gli occhi per guardarlo, e si sollevò dalla sedia:
- Metti giù la zappa, figlio mio. Finalmente ci ritroviamo-
Ettore le fu accanto e l’abbracciò con forza. Non sembrava possibile aver vissuto senza un volto conosciuto, senza qualcuno in cucina, senza una luce accesa nella notte.
- La bambina non la dovrai più lasciare sola-
- Ma come, come mi hai trovato?-
Elide si sciolse dall’abbraccio e abbassò gli occhi:
-Me lo hai detto tu. Quando ero ubriaca, mi parlavi di casa tua. Ho ricordato tutto. Sono fuggita dalla residenza protetta. Ho fatto perdere le mie tracce. Dovevo ritrovarvi. Dovevo parlarti-
Gli raccontò di Adele. Della protezione dei testimoni. Di lei che aveva pazientato qualche mese e poi si era dileguata per trovarli.
Della cavalla che aveva comprato per raggiungerlo, della bambina che quando era arrivata stava sul bordo del letto, e che lui l’aveva proprio tenuta bene, nonostante tutto.
Ettore camminava avanti e indietro. Adele era viva.
Ti devo poi dire una cosa, Ettore.
Lo scrutò. Era dimagrito, nero di barba e di capelli troppo lunghi. Asciutto, segnato, e gli occhi erano diversi.
- Quello che è accaduto con Adele riguarda suo padre Martino. Suo padre le ha dato la droga, ha cominciato a dargliela dopo la nascita di Stella, poi l’ha venduta per pagarsi un debito. Era legato mani e piedi e non ha esitato un momento. Mia sorella si è uccisa. L’ho trovata io appesa ad un albero, e l’ho fatta sparire. Non ho mai saputo cosa avesse visto, ma doveva aver deciso che non poteva resistere. Guardami, tua figlia è tua figlia, Adele è sempre stata una ragazza ferita, spaesata, taciturna, solitaria. Ma solo tu sei riuscito a rimetterla al mondo. Suo padre è stato la nostra disgrazia, la disgrazia dei Pastores.-
Ettore annuì. La bambina si era svegliata. Elide gli chiese di potersene occupare. Lui accettò.
Uscì nella notte. In alto sciamava l’Universo, degli astri vibranti e remoti.
Ettore guidò la cavalla nella stalla, le mise delle coperte sulla groppa. L’accarezzò . Il respiro caldo della cavalla formava delle nuvole di vapore nel freddo della notte.
Chiuse bene la stalla, che era stata ben costruita e ancora faceva il suo dovere.
Tutto era al riparo. Gli sembrò il solo compito a cui si era sempre sentito pronto.
Sara Milla