
Il fallimento dei negoziati tra Washington e Teheran riaccende la tensione globale, mentre il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz mette all’angolo l’egemonia americana, minaccia l’economia europea e mette a nudo la fragilità delle alleanze storiche.
Da Islamabad, nel cuore della notte, giunge la gelida dichiarazione di Vance che scuote la comunità internazionale: tra Stati Uniti e Iran non è stata trovata alcuna intesa.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, che ha già lasciato il Pakistan, ha spiegato che Teheran non ha fornito garanzie certe sulla rinuncia definitiva al proprio programma nucleare, di contro, il governo iraniano attribuisce il fallimento del dialogo alle pretese giudicate inaccettabili da parte di Washington.
A seguito della rottura dei negoziati, fonti vicine ai Pasdaran riferite dall’agenzia Fars chiariscono che l’Iran non ha alcuna urgenza di tornare al tavolo delle trattative. La tensione nello Stretto di Hormuz rimarrà dunque invariata finché gli americani non proporranno condizioni più equilibrate.
Baghaei, portavoce della diplomazia iraniana, ha ribadito che il muro contro muro è nato dalle pressioni eccessive degli USA su temi sensibili come la sicurezza marittima e l’atomo, poiché proprio il controllo dello Stretto, l’arricchimento dell’uranio e lo sblocco dei fondi iraniani, che sono stati i nodi centrali rispetto i quali non è stato possibile raggiungere alcun accordo.
Ishaq Dar, il capo della diplomazia pakistana, ha invitato caldamente Iran e Stati Uniti a non interrompere la tregua, nonostante lo storico incontro diretto tra le due potenze si sia concluso con un nulla di fatto.
Secondo il ministro – che ha confermato che il Pakistan manterrà la sua posizione di intermediario, impegnandosi attivamente nei prossimi giorni per favorire e sostenere la ripresa del dialogo – è di vitale importanza che entrambi i governi onorino gli impegni presi riguardo al cessate il fuoco.
Se la tregua dovesse saltare, con ogni probabilità assisteremmo a una ripresa dei bombardamenti aerei, mentre l’Iran manterrebbe il blocco dello Stretto di Hormuz, il fattore determinante che aveva spinto gli Stati Uniti a tentare la via della diplomazia.
Nel corso di questo conflitto, l’Iran ha consolidato la propria autorità su un corridoio strategico per il commercio mondiale di greggio, provando a scalzare – e ad oggi riuscendoci – gli Stati Uniti nel ruolo di potenza egemone nel settore petrolifero dell’area e custode della stabilità economica locale, ottenendo un potere di condizionamento duraturo nei confronti di Washington, e uno strumento di pressione ben più incisivo rispetto ai decenni di sanzioni inflitte dall’Occidente alla Repubblica Islamica.
I risultati del conflitto, se non dal punto di vista strettamente bellico sicuramente da quello politico e della gestione delle dinamiche energetiche e strategiche, sottolineano il fallimento di Stati Uniti e Israele a fronte del successo iraniano.
Tra le condizioni poste da Teheran, oltre alle intese sul programma nucleare, spicca la richiesta di poter tassare il passaggio delle navi cisterna nello Stretto di Hormuz, una pretesa che assume di fatto il valore di un risarcimento per i danni subiti.
Questa pretesa contrasta nettamente con le norme globali. Stando alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), lo Stretto di Hormuz è classificato come un corridoio per la navigazione internazionale, dove vige il principio del passaggio in transito, e ciò significa che qualunque imbarcazione o velivolo ha il diritto di attraversarlo rapidamente e senza sosta, senza dover sottostare a blocchi o ricatti politici.
L’articolo 44 della medesima convenzione chiarisce inoltre che i paesi che si affacciano sullo stretto, ovvero Iran e Oman, non hanno l’autorità di interrompere o limitare questo diritto. Come sottolineato dal professor Marco Roscini della Westminster Law School all’Adnkronos, il diritto internazionale pone vincoli estremamente rigidi. In periodi di pace, il transito non può essere sospeso, né le nazioni costiere possono imporre condizioni basate su interessi strategici o diplomatici.
Ma nel momento stesso in cui altri paesi, in questo caso Stati Uniti e Israele, non rispettano le norme di diritto internazionale, qualsiasi paese si può sentire autorizzato a violare norme e convenzioni.
Se gli Stati Uniti dovessero piegarsi a questa richiesta, il conto per i danni di guerra subiti dall’Iran finirebbero per pagarli le monarchie del Golfo Persico, i principali esportatori di greggio attraverso lo stretto, i quali, nonostante siano alleati degli americani, sarebbero i veri sconfitti del conflitto.
Certamente l’immagine internazionale degli USA esce a pezzi e il controllo su un’area economica vitale sta svanendo, ma le perdite dirette, sia umane che economiche, sono state limitate, poiché i missili iraniani colpiscono i Paesi del Golfo e non il suolo americano, e sebbene l’aumento del prezzo del carburante faccia infuriare l’elettorato statunitense, l’economia del paese non rischia il tracollo, a differenza degli stati del Golfo che hanno visto svanire la loro fonte di ricchezza principale.
Questi alleati regionali appaiono oggi i più vulnerabili. Trascinati in uno scontro non loro, hanno subito i danni maggiori e ora si trovano a dover finanziare la sconfitta del proprio protettore, quel “garante” della sicurezza, che alla fine, ha garantito loro soltanto i rischi derivanti dall’essere legati a un’alleanza militare di questo tipo.
Sebbene le monarchie del Golfo stiano affrontando i costi immediati della crisi, le ripercussioni strategiche per Israele si manifesteranno in modo critico nel lungo periodo, a causa del declino dell’egemonia americana nell’area. Il conflitto condotto dall’asse israelo-americano contro l’Iran rischia di tradursi in una disfatta strategica per entrambi, obbligandoli a un drastico ridimensionamento delle proprie ambizioni di dominio sulla scacchiera mediorientale.
Sotto il profilo geopolitico, infatti, il venir meno della fiducia nei confronti di Washington spingerà inevitabilmente i paesi del Golfo a cercare nuove garanzie altrove, ed è dunque prevedibile che questi stati, non ritenendo più gli Stati Uniti un partner affidabile, si orienteranno verso altre potenze globali per stipulare i propri accordi militari ed economici, segnando la fine di un’era, in cui la capacità degli Stati Uniti e di Israele di influenzare e determinare gli equilibri regionali risulterebbe definitivamente compromessa.
Anche la posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa e della NATO attraversa oggi una fase di estrema tensione. Donald Trump non nasconde la sua insofferenza, dichiarandosi offeso dal comportamento degli alleati europei, colpevoli a suo dire di non averlo sostenuto nel blocco dello Stretto di Hormuz, e queste intemperanze verbali si traducono nella minaccia costante di rivedere profondamente i rapporti interni all’Alleanza Atlantica come forma di punizione.
Sebbene Trump e i suoi collaboratori utilizzino una retorica aggressiva, suggerendo persino l’idea di un abbandono dell’alleanza, un’uscita formale è praticamente impossibile. Esiste infatti una legge del 2023 che impedisce al Presidente di ritirarsi dalla NATO senza il consenso del Congresso. Curiosamente, tale norma fu promossa proprio da Marco Rubio, attuale Segretario di Stato, il quale oggi asseconda i toni del Presidente pur essendo consapevole dei vincoli legali esistenti.
Ma anche se l’addio alla NATO resta un’ipotesi irrealizzabile, il danno politico è già profondo, poiché l continuo mettere in discussione i patti e l’atteggiamento ostile dei vertici americani hanno minato seriamente la fiducia internazionale. L’Europa, in particolare, si sente tradita da questa imprevedibilità, percependo per la prima volta nella storia un reale vacillamento nella solidità del legame transatlantico.
L’insuccesso dell’azione militare condotta da Israele e Stati Uniti contro l’Iran non ha annientato del tutto il ruolo di Washington come guida globale, ma ha certamente incrinato la fiducia di molte nazioni, e molti governi, che per decenni hanno visto nell’alleanza con gli americani una polizza assicurativa per la propria difesa, oggi si interrogano sulla reale tenuta di questo legame.
Le ripercussioni economiche di questo conflitto e della conseguente crisi energetica non colpiranno solo le monarchie del Golfo, ma avranno un impatto globale, poiché lo Stretto di Hormuz è un’arteria vitale dove ogni giorno transitano circa 20 milioni di barili di greggio, ovvero un quinto del consumo mondiale e un terzo di tutto il petrolio trasportato via mare.
Sebbene la maggior parte di queste risorse, circa l’80-90%, sia diretta verso le grandi potenze asiatiche come Cina, India e Giappone, le conseguenze per il Vecchio Continente sono pesantissime. L’Europa dipende da questo passaggio per circa il 40% del suo fabbisogno di carburante per aerei (jet fuel), e di conseguenza, qualsiasi interruzione o blocco della rotta si traduce immediatamente in uno shock dei prezzi energetici che mette in ginocchio l’economia europea.
Anche per l’Italia il quadro si fa complicato. Nonostante il governo Meloni si sia accreditato come un fedele alleato di Trump, vantando una presunta influenza politica che avrebbe dovuto garantire a Roma vantaggi economici e petroliferi — specialmente dopo la crisi venezuelana — la realtà dei fatti costringe a un brusco risveglio.
Il nostro Paese dovrà infatti affrontare direttamente le conseguenze della crisi energetica, poiché l’approvvigionamento energetico italiano non dipende da carovane di cammelli in viaggio con scorte di petrolio, ma in larga misura dalle importazioni di greggio da nazioni come Libia, Azerbaigian, Kazakistan, Iraq e Arabia Saudita, rendendo le rotte marittime fondamentali per la nostra sicurezza nazionale.
In questo contesto, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio marginale, ma uno snodo strategico, e un’eventuale paralisi di quel passaggio metterebbe in seria difficoltà le forniture italiane, dimostrando che la vicinanza politica alla Casa Bianca non mette affatto al riparo dai contraccolpi economici di questo conflitto.
Il declino della deterrenza americana nel Golfo e le intemperanze della Casa Bianca verso la NATO stanno ridisegnando gli equilibri mondiali, e tra lo scetticismo europeo e l’isolamento degli alleati arabi, emerge un nuovo ordine in cui la dipendenza energetica espone paesi come l’Italia a rischi imprevedibili, segnando forse il tramonto definitivo dell’era del dominio incontrastato a stelle e strisce.
Gian J. Morici