
Il fiume, forse più un grosso torrente, che scorreva ai margini del terreno dei nonni, era più lento quel mattino, e i riflessi verdi si rincorrevano di masso in masso, e alcune pozze si allargavano, come se fossero la sosta obbligata di quel fluire continuo che aveva accompagnato tante vite, e visto innumerevoli cieli, tempeste e stagioni.
Ettore e Stella c’erano un po’ arrivati come dei naufraghi silenziosi, alla fine di innumerevoli passaggi. Al termine di quella marcia, si erano ritrovati sulla voce delle acque. Un coro di suoni distinguibili, alla fine, di sfumature continue. Quel fiume Ettore lo conosceva da sempre, e seppure la Primavera fosse ancora fredda, non ci pensò un secondo ad immergersi con in braccio la sua bambina, e a guardare in alto, dove gli alberi lasciavano spazio ad una cupola di cielo grigia ma benevola, qualcosa come casa, riposo, sicurezza. Finalmente un amico in una vita senza amici.
Ettore si sistemò nel vecchio rudere che era diventata la casa dei nonni. Talmente povera e malmessa che nessuno l’aveva presa per se’, neppure i più disperati.
Guardò la sua bambina. accese un fuoco e preparò per lei del latte e per sé del pane secco da bruscare. Ripercorse mentalmente la mappa del loro viaggio spaventoso, e insieme cercò di fissare nella memoria la conformazione dei villaggi vicini e quello che potevano offrire. Molto poco, non era cambiato granchè da quando lui era andato via. Anzi, i paesi si erano spopolati ed erano quasi abbandonai. Quindi poche botteghe dove rifornirsi, forse nessun luogo dove curarsi. Speriamo, pensò. Speriamo. E null’altro. Quando la bambina si addormentò, cominciò ad occuparsi della casa, a vedere se poteva essere un rifugio per loro, un riparo.
Nella stanza dei nonni il letto era sfondato e si vedeva il cielo. Ormai era notte. Trovò dei recipienti nella stalla, che i nonni avevano custodito con accortezza. Non erano arrugginiti, erano avvolti in teli grezzi carichi di polvere, ma dentro erano intatti. Andò verso il fiume per raccogliere acqua. Fece molti viaggi, e intanto la notte si addensava, e gli sembrava una notte diversa, una notte di libertà. Le montagne circondavano la valle con un profilo arcigno e solido, e il silenzio permetteva di ascoltare altre voci, altri movimenti, a cui Ettore non era più abituato.
Ora che era tornato al punto di partenza, riuscì a pensare ad Adele. Si chiese se non avesse dovuto rimanere, e perché Elide lo aveva avviato così in fretta, come se non ci fosse stata alcuna alternativa. Che avrebbe fatto, da solo, con una bambina sottratta alla madre, e soprattutto perché aveva abbandonato Adele? E perché non si era veramente accorto che Adele aveva preso una bruttissima strada? Era il solito Ettore, pensò, Quello che aveva accettato tutto e si era preso anche una coltellata da suo padre. Era il solito Ettore, si disse, quello che accettava che il mondo gli si scaraventasse addosso, perché era giusto così. Tutta quella strada fatta non lo aveva cambiato per niente. Sua figlia, e la guardò in quel sonno pulito, estraneo, stellare dei piccoli, che vita avrebbe mai avuto con uno come lui?
Rimboccò la copertina a Stella, e gli sembrò che ci fosse pioggia, fuori e dentro la casa.
Elide la Vedova. Era la primogenita dei Pastores, quando i Pastores erano i proprietari più attrezzati di tutto il terreno limitrofo al lago. Aveva prima visto sposare i suoi fratelli, compresa Stella, la piccola, fragile come una fiamma. Infine si era presa un capomastro grande e buono, che la amava di cuore, quello stesso cuore generoso e affaticato a causa del quale era morto. In tempo per non vedere la deriva che aveva operato in quella casa proprio il marito di Stella. Le aveva fatto fare una figlia quando tutti i medici lo sconsigliavano, quando poi Stella, indebolita, fragile, avrebbe avuto bisogno di sostegno e cure, lui aveva cercato una tresca con Nora, la cognata moglie di Ermanno. E così Ermanno aveva cominciato a bere, sprofondando in quella sua malinconia naturale, senza riuscire a reagire, fino al mistero finale della scomparsa di Stella.
Ma Elide aveva tenuto, finchè aveva potuto, in piedi la baracca, anche e soprattutto per Adele. Elide, custodiva così bene i suoi segreti che nemmeno una damigiana di vino li avrebbe espugnati. Poi era arrivato Ettore. Le dispiaceva averlo confuso con le sue richieste sconce di ubriaca, ma era poi stata contenta che un uomo ferito ma solido come Ettore avrebbe custodito Adele. Adele aveva il sangue del padre, pensava, il sangue guasto. Per cui quando aveva capito in che giro potente e pericoloso era caduta Adele, non aveva avuto dubbi, non aveva esplorato alternative impossibili. Forse Adele era già perduta, ma quei due innocenti dovevano uscire dal recinto del fallimento della loro storia infima. Non c’erano alternative, o sparire o morire. Per cui Elide aveva preparato i soldi, la bambina, e fatto una promessa ad Ettore: perché ormai quella terra non era che terra di morti. In alto, c’era seppellita sua sorella Stella. E l’aveva seppellita lei.
Continua
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