
In un editoriale destinato a far discutere, l’investigatore e saggista Antonio Evangelista analizza il recente scontro tra Donald Trump e Joe Kent, trasformandolo in una riflessione profonda sulla deriva del potere contemporaneo e sulla fabbricazione del consenso bellico.
Il casus belli è la liquidazione di Kent come “debole” da parte dell’ex Presidente. Evangelista mette a nudo il paradosso di un veterano delle forze speciali e “Gold Star husband”, che ha perso la moglie Shannon in Siria combattendo l’ISIS; e dall’altra parte un leader politico che ha evitato il Vietnam con cinque rinvii alla leva.
Ma la questione non è solo personale. Le dimissioni di Kent dal National Counterterrorism Center, spiega Evangelista, nascono da una frattura morale. Kent ha infatti denunciato come la minaccia iraniana sia stata gonfiata sotto la pressione delle lobby, smentendo la narrativa della Casa Bianca sulla bomba atomica imminente e ricordando persino l’esistenza di una fatwa di Khamenei contro le armi nucleari.
Evangelista, attingendo alla sua esperienza sul campo in Giordania, Bosnia e Kosovo, dà voce alla frustrazione dei militari — definiti brutalmente “white slaves” — usati come carne da cannone per obiettivi opachi, non risparmiando le critiche al governo israeliano di Benjamin Netanyahu e citando i fallimenti dell’intelligence del 7 ottobre e il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale.