di Diego Romeo

Nella prestigiosa cornice di Casa Sanfilippo, ad Agrigento, è stato presentato il libro di Settimio Biondi “L’età gioenina e la presenza redentorista in Girgenti”, riedizione di un testo originariamente pubblicato negli anni ’80, oggi restituito ai lettori in una nuova veste editoriale e accompagnato da un elemento di straordinario valore: la prefazione di Leonardo Sciascia, che ne sottolinea la rilevanza culturale e letteraria.
L’opera rinasce oggi grazie al significativo contributo del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e del suo direttore Roberto Sciarratta che ha sostenuto la pubblicazione attraverso il proprio patrocinio, e con l’importante lavoro editoriale della Medinova, inserendola all’interno di una specifica collana dedicata alla valorizzazione e alla sistematica riproposizione di tutte le opere, edite e inedite, di Settimio Biondi. Un progetto ambizioso e di ampio respiro culturale che mira a restituire organicità e visibilità alla produzione dell’autore, offrendo al pubblico e agli studiosi un quadro completo del suo percorso intellettuale.
Nella sua conferenza l’Autore Settimio Biondi ha accompagnato il pubblico alla riscoperta del testo, ripercorrendone la genesi negli anni ’80, le motivazioni che ne hanno determinato la riedizione e l’attualità dei temi affrontati. E’ stata un’occasione per approfondire il dialogo ideale con Sciascia, la cui prefazione rappresenta un prezioso sigillo critico e un riconoscimento di grande prestigio.
A concludere la serata l’intervento dell’editore Antonio Liotta, che ha illustrato il progetto della collana curata anche da Cristina Iacono e il valore culturale dell’operazione editoriale, sottolineando come questa iniziativa segni l’inizio di un percorso destinato a restituire piena centralità all’opera di Settimio Biondi nel panorama degli studi storici su Agrigento.
Un evento che si configura dunque come un momento di particolare rilevanza per la vita culturale agrigentina: un incontro che unisce memoria e attualità, valorizzazione del territorio e promozione editoriale. Un’importante occasione di confronto e di rinnovata attenzione verso un’opera che torna oggi a parlare con forza al presente.
AD AGRIGENTO COMANDANO I MORTI
Intervista di Diego Romeo all’autore Settimio Biondi
—Siamo a un punto in cui mondialmente la storia futura fa tremare la storia presente, contemporanea.
—Si, credo che avvenga sia a livello continentale, geopolitico, quanto a livello locale. Mi sta bene questo perché Agrigento ha bisogno di tremare, di conoscere la propria storia. E’ un momento rivoluzionario per le nazioni che hanno conquistato una conoscenza della propria storia e questo è un bene per portare avanti le regioni che non sono ancora riuscite ad acquisire la loro storia. Il capovolgimento può far si che le regioni progredite regrediscano e che invece progrediscano le altre. Il mio libro, nel mio piccolissimo , credo debba avere questa funzione.
—Questo volume racconta dei redentoristi e dell’età gioenina, ma fino a che punto i redentoristi hanno redento Agrigento? Utile saperlo perché oggi non si vede alcun redentore. O mi sbaglio?
—Bisogna ricontestualizzare, rivedere quale fu la città che trovarono i redentoristi e che città lasciarono. Poi vennero accusati per contingenze politiche di essere dei conservatori, dei reazionari, ma questo fa parte della vulgata garibaldina, risorgimentalista ecc. ecc. Io sono rimasto esterrefatto per alcune notizie, per esempio, quando vennero imprigionati perché nel consegnare l’argenteria alle autorità sabaude, mancava una posata e così vennero ingabbiati e processati. Però poi a distanza di anni, ho trovato vasi cinesi del valore di milioni in una casa dell’alta borghesia agrigentina. Praticamente a dover essere ingabbiati e processati sarebbero dovuto essere questa borghesia che volevano moralizzare i liguorini. Per il loro tempo furono progressisti e arrivo al punto di dire che se Agrigento si è conquistata un gusto teatrale lo deve ai liguorini. Per esempio ho fatto incetta, collezione di alcuni modi di dire che loro hanno introdotto nella parlata agrigentina e loro sono riusciti attraverso le prediche a fare apprendere agli agrigentini una serie di vocaboli insieme ad altri orizzonti di sensibilità che fino a quel momento gli agrigentini sconoscevano non per loro colpa ma per colpa della situazione storica di Agrigento. Due vescovi tentarono di introdurre in città dei frati perchè il frate non è un burocrate come lo è il presbitero, il frate ha una autonomia ,una religiosità maggiore che nel sacerdote. Quindi ci furono dei vescovi che ebbero l’intuito di introdurre ad Agrigento dei frati ma il tentativo non riuscì al Vescovo Gioeni che venne lottato per volere introdurre i lazzaristi, la congregazione di san Vincenzo dei poveri, riuscì invece in tono minore al vescovo Lucchesi Palli che introdusse i redentoristi, giustificandosi col dire che lui era amico intimo di sant’Alfonso de’ Liguori. Quindi ci fu questo escamotage che fece segnare ad Agrigento un notevole progresso , di questo c’è traccia anche nelle novelle di Pirandello.
—Il suo libro, dopo l’anno di capitale della cultura, esce “a babbo morto”, anche perché non ritengo che abbiamo ben metabolizzato l’occasione che ci è stata offerta. Ad Agrigento potremmo benissimo dire che “comandano i morti”, infossati come siamo in logore tradizioni e visione politica poco concludente.
—La storia riguarda la conoscenza del presente perché le domande che noi muoviamo alla storia concentrano le esigenze del presente. Alla storia non interessa quello che realmente è avvenuto in quanto già vissuto e avvenuto, a me interessa porre delle domande al presente attraverso l’unica leva di appoggio che abbiamo che è il passato. Noi non disponiamo del presente perché lo stiamo costruendo né possiamo disporre del futuro che ancora non abbiamo. L’unica certezza più assoluta di qualsiasi fede è se c’è stato un passato quindi noi ci rivolgiamo al passato strumentalmente per conoscere il nostro presente. Ed ecco perché i giudizi storici variano perché varia il presente in cui siamo. Per esempio Napoleone che appare con diversità di giudizi e parlando di uomini morti li rappresentiamo come fantasmi o come fantasimi che è ancora un termine più spregiativo degli uomini vivi.
—Azzardo una ultima domanda, come post-prefazione al suo libro possiamo inserire gli spettri di Sicilia di Beniamino Biondi, spettri che sono stati definiti meno pericolosi degli spettri attualmente vaganti?
—Indubbiamente, ci sono degli spettri condannati e neanche della nomina di essere spettri e che noi consideriamo persone illustri e che dovrebbero essere uccisi per la seconda volta, spazzati via da una disinfestazione intellettuale, bruciati come si faceva nel medioevo per le streghe.. Il nostro presente è fatto di stregoneria, di fantasmi e quindi bisognerebbe liberarsi di questi spettri, ecco perché ci facciamo delle domande. Le domande sono le metafore delle cose che noi non possiamo fare, dovremmo agire e fare di più. E questo implicherebbe delle impossibilità e forse delle responsabilità, per cui ricorriamo alla letteratura, ai fantasmi, alle fantasie perché non possiamo colpire i responsabili. Questo è il momento del passaggio della cultura, della politica, del momento delicatissimo, del confine delicatissimo che spesso viene superato soltanto di contrabbando invece dovremmo superarlo alla luce del sole. E allora probabilmente sarebbe rivoluzione.
—In definitiva meno presentazioni e più dibattiti?
—-Io vorrei che con questo libro si dibattesse, che la mia tesi venisse superata perché le presentazioni di un libro sono mummificazioni, momenti di glorificazione e congelamento, se ci fosse un dibattito con rappresentanti della chiesa, verrebbero fuori delle verità da parte mia e degli altri . Di solito durante la presentazione vengono fuori solo sparute verità, quindi Agrigento ha bisogno di meno presentazioni e più dibattiti. Un dibattito che demolisca tutte le mie tesi, la verità storica non esiste, sono sempre ipotesi. Nel momento in cui le tesi e ipotesi del mio libro venissero superati, cambierebbe la città perché al loro posto dovrebbero mettere altre ipotesi a loro volta necessariamente sopravanzanti cioè più ardite delle mie, non potrebbero essere conservatrici e quindi questo implica un dibattito. La presentazione è fin troppo facile e Agrigento manca di dibattiti, oggi ci sono dibattiti di parrocchie, di partiti che non cambiano nulla. Anche stasera se ci fosse qualcuno che mi dicesse come hai avuto il coraggio di scrivere quello che ho scritto come fece padre Ginex nel 1983 quando fu presentata la prima edizione di questo libro, ne sarei felice. Ne faccio cenno in questa edizione perché mons.Ginex mi volle contraddire chiedendomi la bibliografia, cosa che io non potevo produrre perché le tesi, le ricerche erano solo mie e non tratte da alcun altro ricercatore. Mons. Ginex addirittura svenne perché si rese conto della pericolosità, ricordo che la perpetua andò a chiamare il medico e così lo abbiamo salvato a stento. Questa vicenda la espongo con nomi e cognomi nel libro perchè Ginex fu il primo a leggerlo.. Però se oggi svenissero un centinaio di persone noi avremmo risolto la maggior parte dei problemi agrigentini.