
“Si può progettare un avvenire senza prima essere stati assolti dal passato?”
La domanda si apre in una sconfinata prateria di dubbio nell’esatto momento in cui la storia conclude la sua narrazione.
“Ma davvero lei pensa che la dolorosa denuncia contro le correnti – fatta dal giudice Ciaccio Montalto poco tempo prima di essere ucciso – possa connettersi alla sua morte”?
L’interrogativo ti spiazza perché, con ogni oggettiva ragione del caso, è impossibile pensare che vi sia stato un tratto unitario (chiamiamolo di causalità diretta) tra i due eventi.
Eppure resta aperta una voragine di dubbio su un passaggio di quel testo in cui, il nostro Eroe Civile scrive testualmente:
“Pur vivendo in fondo al sacco, ho la sensazione che una grande stagione si sia ormai conclusa e definitivamente. Ciò che è grave è il fatto che quella che si è aperta è di unosquallore profondo e non immune da rischi personali di vario genere… ci apprestiamo a consegnare l’Associazione, il CSM ed ogni altro organo ove si annidi sia pure un briciolo di potere ai peggiori, ai burocrati delle correnti, ai maestri dei calcoli e dei gemellaggi, ai signori della grande clientela…”.
Attenzione alla data: è il 28 MAGGIO 1980.
Perché Ciaccio Montalto – in modo chiaro e diretto – pone un rapporto tra l’imperversare abusivo e squallido del correntismo della magistratura e l’esistenza di rischi personali “di vario genere”?
Come non interpretare quel grido silenzioso in cronaca di una morte annunciata, che poi puntualmente avrà luogo il 25 gennaio 1983 per mani dei sicari di “Cosa Nostra”?
Quali scenari, interni alla magistratura, sovrastavano l’eroe di Trapani sì da costituire un pericolo grave ed imminente alla sua vita?
Ebbene, proveremo adesso a capire, qui di seguito, quale esatta sensazione avvertisse Ciaccio Montalto e perché questa storia abbia un dato di sconcertante evidenza.
Sono passati quarantatré anni da quell’orribile esecuzione e il nostro Paese ne ha visto compiere decine di altre, talune con esplosivi e sanguinari eccidi di innocenti.
Il tempo consegna le sue ragioni.
Verità, mai prima pronunciabili, sono – a poco a poco – venute fuori e la nudità di una certa parte della giustizia italiana si è manifestata senza il bisogno che fosse gridata dalla innocente voce di un bambino.
Era bastato a dimostrarlo il gesto del Presidente della Repubblica volto all’estromissione di sei consiglieri del CSM.
Le parole, da lui pronunciate pubblicamente, non lasciavano spazio a dubbi: “Inammissibile commistione tra politici e magistrati…”.
La magistratura era nuda e con le vesti stracciate, perché precipitata dalla troposfera degli eroi civili alla miserabile realtà di un “Sistema” infarcito di abusi, ricatti e clientele.
La prognosi postuma o profezia auto-avverantesi di Ciaccio Montalto non aveva, quindi, bisogno di altre spiegazioni.
Per bulimia e per avidità di potere il “Sistema” delle correnti si stava autodistruggendo, facendo implodere la magistratura e con essa la Giustizia italiana.
Nel frattempo, però, restava nell’aria il motivo del perché questa illecita commistione potesse diventare mortale per i magistrati.
Non ci voleva molta immaginazione ad aprire i cassetti chiusi della Storia (quelli che ancora possono essere aperti con la chiave della Democrazia) per ritrovare la risposta.
E così si capisce che i rischi, dei quali Ciaccio Montalto parlava, erano quelli legati al tradimento dei suoi stessi colleghi del tribunale designati dalle correnti.
I primi erano loro a spiare il lavoro del magistrato su scenari assai importanti per gli esattori mafiosi di Salemi ed i loro compagni di merende.
Si comprende, adesso, cosa fossero “i rischi personali di vario genere” annunciati nella lettera?
Tanto alti erano quei rischi, che solo pochi mesi dopo (29 luglio 1983) determinarono l’eliminazione di Rocco Chinnici con la sanguinaria strage di via Pipitone a Palermo.
Singolare circostanza anche lui aveva scritto qualcosa di simile alle parole di Ciaccio Montalto e nei suoi diari indicava i nomi dei “colleghi” che avevano tramato.
Leggete cosa disse Giovanni Falcone ascoltato, a questo proposito, dal CSM: “…Il collega Chinnici prendeva appunti su tutti gli episodi che gli apparivano inconsueti e questo perché temeva che le persone che potessero volere la sua morte avrebbero potuto annidarsi anche all’interno del palazzo di giustizia.
Egli mi sollecitava a fare altrettanto, dicendomi che in caso di una mia morte violenta gli appunti avrebbero potuto costituire una traccia per risalire agli assassini…”.
Il CSM archiviò la pratica con un nulla di fatto nel settembre 1983.
Il 2 aprile 1985, non lontano da dove era stato ucciso Ciaccio Montalto, venivano dilaniate da un auto-bomba una giovane mamma e i suoi due gemellini (in quella che sarà ricordata come la strage di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo).
Non chiedetevi cosa avesse portato quel giudice trentino in terra trapanese perché trovereste solo l’inchiesta del CSM che lo aveva punito e la sua ansia di continuare il lavoro intrapreso dal collega ucciso ad Erice.
Adesso, vedo i vostri occhi illuminarsi della luce della conoscenza.
No, non c’è un rapporto diretto tra le correnti, le paure dei magistrati e gli assassini che ne conseguono.
Ma, leggete bene le parole che qui adesso seguiranno: se la prima cosa sparita, dopo la strage di via D’Amelio, è stata la borsa con il diario di Borsellino, un motivo pure ci sarà…
E – credetemi – ha la stessa natura di quello che quarantatré anni prima aveva raccontato Ciaccio Montalto nella sua lettera.
Fatevi la più semplice delle domande e datevi la più semplice delle risposte…
Lorenzo Matassa