
Il giornalista Marco Travaglio è un uomo fortunato.
Non che la fortuna gli sia caduta dal cielo, per carità. Al contrario, la sua buona stella è frutto di intelligenza, capacità, perseveranza e coraggio.
E forse anche di “culo” (come volgarmente si appella la Dea bendata…) se è vero – come lui stesso afferma – “che se non avesse dei buoni avvocati sarebbe già in galera…”.
Capacità intellettuale o “culo”, di certo lui è una voce influente del nostro Paese.
Egli ha la possibilità di raggiungere – ogni giorno – milioni di ascoltatori ai quali, con il cipiglio del secchione del primo banco, infligge le sue verità indelebilmente scolpite con soavi ed ironiche argomentazioni.
Bisogna essere obiettivi: difficile resistergli e rispondere ai suoi precisi lungolinea o alle bordate di rovescio (se un accostamento tennistico può essere fatto).
Non vi riuscì neppure Berlusconi che sostituì, alle impossibili risposte, la teatrale pulizia della sua sedia con il fazzoletto usato prima per asciugarsi il naso.
Un gesto sicuramente indelicato, ma metaforicamente significativo dell’impossibilità di reggere il confronto se non elevando l’offesa.
Insomma, Travaglio è un osso duro.
Lo è anche quando pubblicizza i suoi libri e – perché no? – i deliziosi diritti d’autore connessi alla loro vendita, in ciò non diverso da ogni altro buon imbonitore televisivo.
Questa volta, però, il suo irresistibile lungolinea è riuscito solo a fare il rovescio del Diritto perdendo il gioco lanciato con il libro “Perché NO”.
Avesse posto il punto interrogativo sul titolo già sarebbe stato un atto di coinvolgimento interlocutorio con il lettore e magari di umiltà.
Ma Travaglio non è un giornalista da punti interrogativi.
Per lui esistono solo affermazioni inemendabili che – pensa un po’… – coincidono con le sue.
Vi risparmio il “pippone” maieutico che rifila al lettore, facendosi professore di ogni scienza giuridica.
Ma ascoltarlo discettare – per mezz’ora e sul sito del suo quotidiano – sulla “grande bellezza” del processo penale italiano è il più grande spot che potesse fare al comitato del SÌ.
La sua analisi complessiva è talmente attorcigliata sulla natura giusta e buona del pubblico ministero che ci si chiede in quale Paese abbia vissuto, il nostro eroe, fino ad oggi.
Ma per lui la Costituzione è un orologio intoccabile, se non a rischio della rottura complessiva del tempo che le sue lancette scandiscono.
Bella metafora se non fosse che la stessa Costituzione ha previsto in sé stessa (art. 138) la possibilità di essere modificata senza per questo distruggere l’ordine del tempo.
Eh sì, caro Travaglio, stavolta dovrai arrenderti all’evidenza…
Tuttavia qualcosa ho appreso grazie al libro dal titolo apodittico ed al “pippone” monologo sul sito del quotidiano.
Ho saputo, finalmente, che al valoroso Travaglio piacciono tanto le motivazioni delle sentenze e che queste “sono molto importanti perché solo così può farsi un appello” (minuto 20 del monologo).
Strana questa travagliata giravolta.
Sapete perché?
Perché quando il condannato Enrico Forti tornò in Italia dagli USA (dopo avere già scontato una pena di 25 anni di reclusione), il duro e puro Travaglio gli dedicò il titolone del suo quotidiano con due parole: “Benvenuto Assassino”.
Suppongo che Travaglio sapesse che non esiste motivazione della condanna del Forti.
Negli USA esistono i verdetti (ovvero dispositivi) che nulla motivano.
E sulla base dei verdetti si finisce pure sulla sedia elettrica.
Altro che appello…
Ed allora, affabulatore Travaglio, grazie per avere aiutato il comitato del SÌ, ma adesso chiedi scusa al mondo intero per quel titolo oltraggioso dei tuoi stessi pensieri.
Non è mai troppo tardi per tornare ad essere buoni…
Lorenzo Matassa