Agrigento – Se non fosse che utilizza la carta intestata del Partito Democratico, potremmo pensare che il consigliere Giuseppe Arnone abbia aderito ad un partito diverso, in contrapposizione al Pd. Qualunque sua azione, finisce infatti con il danneggiare più l’immagine del partito che sostiene di rappresentare, che non gli altri. Neppure quelli di avversa coalizione.
Dopo i violenti scontri interni con la corrente di Capodicasa, è stata la volta di Adragna, reo di aver guardato con simpatia alla possibile candidatura a sindaco di Piero Luparello. Apriti cielo. Adragna, dal rappresentare la parte migliore del partito, è divenuto improvvisamente colui al quale addebitare l’elezione di Piazza e Zambuto, quest’ultimo passato da miglior sindaco degli ultimi 50 anni (così lo definiva Arnone prima che iniziasse la guerra per la poltrona di sindaco di Agrigento) a candidato improponibile.
Se questa è la sorte alla quale vanno incontro tutti i suoi nemici politici, o chiunque la pensi diversamente da lui, non migliore è quella di coloro i quali hanno la sventura di trovarselo alleato. Più o meno contrattualizzato.
Purtroppo per costoro, Arnone, sempre pronto a narrare qualsiasi cosa possa nuocere ai suoi avversari, tacendo sui propri amici, commette anche l’errore di accusare gli altri di censurare talune notizie.
Risultato? Indurre gli altri a coprire le lacune arnoniane.
È così che gli agrigentini scoprono come Arnone “nello scopiazzare Grandangolo che da un anno e mezzo ha stampato i verbali di Di Gati con tutti i nomi, nessuno escluso – scrive Franco Castaldo – , dimentica di inserire un verbale di 38 pagine che fa a pezzi l’Mpa di Lombardo. Non contento, sbianchetta il nome dell’on. Di Mauro al quale abbuona una citazione nel libro che onestamente non sarebbe stata piacevole.”
Non contento, il consigliere del Pd (?), attacca Grandangolo dal quale bisognerebbe diffidare perché “ha messo in mezzo Panepinto, Lumia ed Arnone” ossia persone che la mafia la combattono. “Gli crediamo sulla parola – continua a scrivere Castaldo – Anzi, professiamo un atto di fede. Ma non è un’invenzione di Grandangolo se Panepinto è stato intercettato dalla Dda di Palermo (a proposito: lo ha ricordato al sindaco di Bivona, durante l’incontro?) anche, e non solo, nella sua stanza in municipio ed Arnone è stato citato dal pentito Sardino per fatti poco gradevoli. Leggere gli atti per credere. (solo su Grandangolo, perché le altre testate, specie quelle di inchiesta, queste cose ve le nascondono senza provare vergogna).”
E se a ben poco servono le accuse di Arnone in merito alle censure operate da talune testate giornalistiche, ancora a meno serve il tirare in ballo altri, nella speranza di “ammorbidire” qualche direttore .
Infatti, Castaldo riporta nel suo articolo come “Arnone si supera quando nel ricordare che il suo libro si occupa degli ultimi 20 anni di mafia, politica e imprenditoria, si ricorda di tale Costanza e lo indica come se fosse il capo dei capi degli imprenditori collusi con la mafia. Insomma, una sorta di Filippo Salamone, padrone dell’Impresem (in società con Giovanni Miccichè) che guidava il cosiddetto “tavulinu” ben spiegato dal pentito Angelo Siino. Naturalmente dell’Impresem, di Filippo Salamone, di Giovanni Miccichè nel libro, nella parte commentata da Arnone, nessuna traccia. Ma volete mettere Costanza alla pari di Salamone e Miccichè? Suvvia, non c’è storia.
Compresa la sciocchezza fatta, anche perché Grandangolo glielo ha ripetutamente sbattuta in faccia, Arnone e sodali cambiano il tiro. Basta Costanza (e basta Salamone e Miccichè): acchiappiamo Scifo che forse è un imprenditore più sostanzioso ma, soprattutto, nei pensieri di Arnone e sodali, potrebbe essere la chiave giusta per rabbonire questo direttore dato che nessuno può più fare il delatore e chiedere la sua testa ad un editore o direttore abbordabile. Ed allora, avanti tutta con Scifo (ed io mi sbellico dalle risate) indicato come un novello Salamone. Si, quello del “tavulinu”. Ma Arnone (e compagni) come sempre combinano guai. Dimentica, l’ambientalista, che il pentito Di Gati, una sorta di vangelo per Arnone, diciamo il miglior pentito, usando una sua riuscita frase ad effetto, dai tempi di Federico II ad oggi, a proposito di “tavulinu” ossia l’immagine ideale per indicare mafiosi ed imprenditori che si dividono illecitamente appalti, fornisce importanti indicazioni e chiarisce che ad Agrigento, nel dopo Salamone, c’era un ristretto numero di imprese che si spartiva gli appalti con la mafia. Tra queste il gruppo Campione. Anzi, Di Gati dice di più: le riunioni si tenevano nella sede del gruppo Campione. Con il boss pentito e l’ergastolano Vincenzo Licata presenti. Sarebbe stato opportuno parlarne, scriverne? No. Non occorre. E perché mai?”
Se questo è il metodo Arnone, che ben venga. Finalmente si potrà fare chiarezza su tanti aspetti oscuri che riguardano il mondo della politica e dell’imprenditoria agrigentina.
Dal canto nostro, continueremo a seguire con grande interesse la vicenda, informando i lettori di quanto accade, senza “censure” di sorta nei confronti di chicchessia, con la tranquillità di chi non avendo scheletri nell’armadio non ha nulla da temere.
Gian J. Morici