
Tra due pesi e due misure sui consulenti e dossier ancora aperti, la maggioranza punta a chiudere il capitolo sui mandanti esterni prima della magistratura.
Mentre le Procure di Caltanissetta e Firenze continuano a scavare sui mandanti esterni e i livelli di complicità istituzionale, la commissione guidata da Chiara Colosimo punta ad attribuire la responsabilità esclusiva a Cosa Nostra.
L’imminente relazione finale della commissione parlamentare Antimafia sulle stragi del ’92, guidata da Chiara Colosimo, assume i contorni di un’operazione dal marcato valore politico, il cui intento della maggioranza di chiudere definitivamente il capitolo sulle stragi attribuendone la responsabilità esclusiva a Cosa Nostra e concentrando il movente sul dossier “Mafia e appalti”, traspare in modo palese. Una scelta che appare inopportuna sul piano temporale, dato che le Procure di Caltanissetta e Firenze stanno ancora conducendo complesse indagini per fare luce sui mandanti esterni e sui livelli di complicità che vanno oltre la mafia corleonese.
Le indagini sui presunti mandanti esterni e sui concorrenti occulti nelle stragi del 1992-1993 si trovano in una fase articolata e in continua evoluzione presso le Procure di Caltanissetta e Firenze.
Riguardo alla Procura di Caltanissetta, competente per le stragi di Capaci e via D’Amelio, va ricordato che i magistrati guidati da Salvatore De Luca avevano avanzato richiesta di archiviazione per il filone d’inchiesta sui mandanti esterni e sulla pista legata all’eversione di destra. La giudice per le indagini preliminari Graziella Luparello ha però respinto la richiesta, ordinando nuove indagini su aspetti ritenuti meritevoli di approfondimento. La Procura ha impugnato l’ordinanza, ma la Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, rendendo definitivo il provvedimento della Gip, e di conseguenza, i pm nisseni sono tenuti a proseguire le attività investigative sui possibili concorrenti esterni. Parallelamente restano aperti i filoni relativi alle responsabilità istituzionali sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio e sul dossier Mafia e appalti.
Per quanto concerne la Procura di Firenze, competente per gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione del fascicolo sui mandanti esterni che vedeva indagato Marcello Dell’Utri e, prima del decesso, Silvio Berlusconi, poiché il decreto di archiviazione ha rilevato l’assenza di elementi concreti a supporto dell’ipotesi di contatti diretti tra Cosa Nostra e i soggetti indagati per l’organizzazione delle stragi. Ciononostante, la Procura fiorentina mantiene attivi filoni d’indagine correlati, in particolare le verifiche e i procedimenti scaturiti dalle dichiarazioni di Salvatore Baiardo sul presunto riciclaggio e sulla gestione della latitanza dei fratelli Graviano.
Presentare una verità parlamentare precostituita in questa fase rischia di condizionare pesantemente l’opinione pubblica, finendo per delegittimare e screditare il lavoro dei magistrati tuttora impegnati nella ricerca della verità sui massacri di Capaci, via D’Amelio e le stragi del ’93. Il contrasto risulta ancora più evidente alla luce dei recenti sviluppi giudiziari emersi a Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo, dove testimonianze d’eccellenza, intercettazioni e le recenti deposizioni di pentiti e testimoni chiave continuano a far emergere elementi di indagine ben lontani dall’essere archiviati. Ad amplificare la delicatezza del momento c’è poi la formale sollecitazione ad ascoltare il boss Giuseppe Graviano, la cui eventuale audizione deposita un carico di interrogativi pesantissimo su trame e contatti ancora del tutto oscuri.
Particolarmente indicativo è il doppio peso e due misure riservato alle polemiche interne all’Antimafia. Se nei confronti di ex magistrati come Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli si sono sollevate durissime accuse di incompatibilità ed ingerenza per via dei loro trascorsi e dei loro contatti, poco o nulla si dice sulle interazioni che hanno visto protagonista il generale Mario Mori, attivatosi affinché la commissione si avvalesse di consulenti non propriamente super partes. Viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe accaduto a parti inverse. Quale polverone mediatico e politico si sarebbe scatenato se il tentativo di nominare consulenti vicini ad ambienti giudiziari o politicamente orientati fosse partito dal fronte opposto, ovvero da Scarpinato, Natoli o da altri soggetti direttamente interessati alla materia?
La narrazione che la presidenza FdI si appresta a licenziare rischia di trasformare un’indagine parlamentare in un manifesto ideologico contro una parte della magistratura, dimenticando che la ricerca della verità storica e giudiziaria richiede imparzialità assoluta e non scorciatoie dettate dall’agenda di governo.
In gioco non c’è solo la ricostruzione storica delle stragi del ’92 e ’93, ma la credibilità stessa delle istituzioni, e piegare la ricerca della verità alle esigenze di una narrazione di parte rischia di lasciare, ancora una volta, le risposte più scomode nell’ombra dei dubbi e dei sospetti.
Gian J. Morici