
Che si chieda il licenziamento di Ranucci o meno, va detto subito che nessuno sta chiudendo Report, che il programma tornerà regolarmente in onda l’8 novembre con la stessa sigla, sul solito canale, e che l’unica vera novità riguarda il cambio alla conduzione, e forse il fatto che della squadra non rimarrà nessuno o quasi. Tanto valeva chiudere il programma.
Ranucci ha collezionato ben 224 tra querele e richieste di risarcimento nel corso degli anni a Report, la maggior parte delle quali veri e propri tentativi di intimidazione legale.
Quasi tutte queste cause sono finite nel nulla con l’archiviazione da parte dei giudici, che hanno attestato la correttezza del lavoro d’indagine svolto, inoltre, elemento niente affatto secondario, la magistratura lo definisce ad oggi formalmente come persona offesa ed estranea ai fatti legati all’attentato.
L’ultimo report di Reporter Senza Frontiere del 30 aprile evidenzia come l’Italia sia passata dal 49° posto del 2025 al 56° posto per quanto riguarda la libertà d’informazione, a causa di minacce e intimidazioni da parte delle mafie, con circa 20 giornalisti sotto scorta permanente, e le pressioni politiche sul servizio pubblico (Rai).
Il 2 luglio la Commissione di Vigilanza Rai si è dissolta in segno di protesta, poiché sia la minoranza che la maggioranza si sono dimesse in blocco lasciando il vuoto istituzionale dopo un blocco operativo durato ben 19 mesi. Oggi l’ente di controllo della TV pubblica non è attivo e diversi osservatori sostengono che i suoi membri siano stati spinti ad andarsene per eliminare qualsiasi ostacolo.
Senza entrare nel merito o giudicare chi prenderà il posto di Ranucci alla guida del programma, c’è un elemento di fondo che salta subito all’occhio di chiunque osservi la vicenda. Se il giornalista fosse davvero il profilo negativo che certi giornali, esponenti politici e imprenditori dipingono ogni giorno, per quale ragione la Rai dovrebbe continuare a offrirgli uno spazio di lavoro al suo interno, per il Tg3 o Rainews?
“La terza alternativa – ha detto Ranucci – era la sede di corrispondenza al Cairo. Non sanno evidentemente che io vivo sotto scorta e al Cairo, all’estero, sarei senza scorta. Forse auspicano che potrei fare la fine di Regeni”.
Non è un caso che Ranucci abbia nominato Regeni. La sentenza del processo per il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni è prevista per il 28 settembre 2026, e la Procura di Roma (con il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco) ha chiesto la condanna all’ergastolo per uno dei quattro 007 egiziani imputati e 17 anni e mezzo di reclusione per gli altri tre.
Per dieci anni il caso di Giulio Regeni è stato ostacolato da un depistaggio di regime orchestrato dall’Egitto, e l’occultamento delle prove ha visto la complicità del potere politico, dei servizi di sicurezza, della magistratura e dei media locali, impegnati a diffondere menzogne per coprire la verità sul sequestro e sull’omicidio del ricercatore.
La prima bugia è arrivata subito dopo la scomparsa del 25 gennaio 2016. Alla richiesta di informazioni da parte delle autorità italiane, gli apparati egiziani risposero di non sapere nulla, mentre in realtà Regeni era già stato preso in carico dal loro sistema di sicurezza dopo essere stato sorvegliato a lungo.
Dopo il ritrovamento del corpo il 3 febbraio, i media egiziani hanno diffuso continui scoop inventati per deviare le indagini. Prima si è cercato di infangare la memoria di Giulio con insinuazioni sulla prostituzione, poi sono state costruite false testimonianze, come la storia di una finta lite in strada o l’esistenza di inesistenti filmati di videosorveglianza.
Le immagini dei servizi televisivi egiziani si sono alternate alle testimonianze del processo a Roma contro i quattro agenti della National Security, rimasti assenti e protetti dal rifiuto di cooperazione dell’Egitto. A queste si intrecciano le parole dei genitori di Giulio, dell’avvocata Alessandra Ballerini e i filmati girati dal sindacalista Mohamed Abdallah, ingaggiato dai servizi egiziani per incastrare il ricercatore.
Una volta crollate le prime versioni d’invenzione, il regime ha messo in campo la farsa della banda di rapinatori, con la polizia che ha ucciso i presunti criminali per poi far ritrovare i documenti di Regeni in casa di uno di loro, sperando così di chiudere definitivamente la questione con l’Italia. Anche questa pista è stata subito smontata dagli investigatori italiani, provocando forti tensioni diplomatiche e scatenando la reazione infastidita dei media egiziani, che sono arrivati ad attaccare apertamente l’Italia e a sollevare falsi sospetti sull’attività di Giulio.
Il quadro del depistaggio si completa con il tentativo di Abdallah di fungere da agente provocatore. Durante un incontro monitorato dalla National Security, il sindacalista ha cercato di farsi consegnare del denaro per organizzare delle proteste, ma Regeni ha rifiutato con fermezza e correttezza, spiegando di non gestire quei fondi e di non avere alcun interesse per simili manovre. Poco dopo è scattato il sequestro, seguito dalle torture e dall’omicidio, liquidato all’epoca dal ministro dell’Interno egiziano come un semplice incidente e bollando le accuse ai servizi come inaccettabili.
Nel corso degli anni Report ha dedicato diverse inchieste al drammatico caso di Giulio Regeni, cercando di fare luce sugli aspetti rimasti nell’ombra e sulle responsabilità dei vertici del regime egiziano. Attraverso testimonianze e documenti inediti, il programma ha esplorato le piste che porterebbero a livelli molto alti della National Security, chiamando in causa persino l’entourage e la cerchia familiare del presidente Abdel Fattah al-Sisi, con riferimenti al ruolo del figlio Mahmoud al-Sisi, figura di spicco dei servizi segreti al Cairo.
Le inchieste del programma si sono concentrate in particolare sugli enormi interessi economici, energetici e militari che legano l’Italia all’Egitto. Tra forniture belliche, accordi commerciali e cooperazione nel settore del gas, il lavoro di Report ha messo in evidenza il costante scontro tra la ricerca della verità giudiziaria e la realpolitik degli affari di Stato, mostrando come le ragioni economiche abbiano spesso rallentato o condizionato la pressione diplomatica per ottenere giustizia per la morte del ricercatore friulano.
Per Ranucci l’ipotesi di un ricollocamento in Egitto appare dunque quanto mai problematica e rischiosa.
È stato lo stesso Ranucci a reagire duramente alla proposta, sottolineando come un trasferimento all’estero comporti l’impossibilità di mantenere il dispositivo di protezione e di scorta garantito in Italia. Mandare un cronista che si è occupato a lungo dei depistaggi sul caso di Giulio Regeni in una terra priva di tutele per la sua sicurezza non solleva dubbi e perplessità su quali siano le conseguenze alle quali andrebbe incontro? E la Rai, un servizio pubblico, può prestarsi a questo?
Pur non nutrendo chissà quali simpatie personali per Ranucci e pur potendolo considerare contestabile nelle sue amicizie, resta il fatto indiscutibile che quel programma ha scoperchiato crimini e magagne che coinvolgono potenti della politica e dell’economia. Anche ammettendo l’accusa che le sue inchieste abbiano colpito prevalentemente esponenti di destra, il problema della democrazia si risolve spegnendo una voce critica, o allargando gli spazi e dando voce ad altri giornalisti d’inchiesta capaci di indagare con lo stesso rigore sulle malefatte della sinistra?
Al contrario, se la Rai ritiene di avere fondate ragioni per adottare una decisione di questa portata, ed esistono reali motivazioni e prove a supporto, dovrebbe dimostrare la fermezza di licenziare direttamente Ranucci, invece di ricorrere a soluzioni estreme come l’offerta della sede di corrispondenza al Cairo. Proporre un simile trasferimento a un giornalista d’inchiesta finito nel mirino dei servizi e che da anni vive sotto scorta equivale a mettergli un cappio al collo. Si tratta di una dinamica trasparente e fin troppo evidente, di fronte alla quale non si può fare finta di nulla.
Se la Rai preferisce non procedere con un licenziamento in tronco nei confronti di Sigfrido Ranucci, è per motivi di natura giuridica, contrattuale e d’immagine pubblica, perché un licenziamento privo di giusta causa o basato unicamente sul contenuto delle sue inchieste o su posizioni critiche verrebbe immediatamente impugnato davanti al giudice del lavoro, e poiché la stragrande maggioranza delle querele a carico di Ranucci si è conclusa con l’archiviazione e i magistrati ne hanno riconosciuto la correttezza professionale, la Rai rischierebbe quasi certamente una condanna al reintegro con tanto di risarcimento e una dura sconfitta d’immagine.
Sul piano delle dinamiche aziendali, spingere un dipendente al ridimensionamento o a proposte di trasferimento difficilmente accettabili (come le alternative tra Rainews, Tg3 o l’ufficio del Cairo) è una prassi troppe volte usata per spingere il giornalista verso le dimissioni spontanee o l’accettazione di ruoli marginali senza esporsi alla responsabilità diretta di un licenziamento formale.
I precedenti nella storia della Rai per figure d’inchiesta o conduttori sgraditi alle maggioranze politiche di turno sono numerosi, a partire da Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi che non vennero licenziati ma videro cancellati i propri programmi e furono messi nelle condizioni di dover lasciare l’azienda; per finire con Massimo Giletti o Fabio Fazio, spinti verso l’addio senza alcuna procedura d’espulsione diretta ma attraverso la mancata conferma o il ridimensionamento dei progetti editoriali.
Santoro, vale la pena di ricordare, avviò una causa legale per essere reintegrato, e il Tribunale di Roma diede ragione al giornalista. Con un’ordinanza del 2006, dichiarò illegittima l’estromissione dai palinsesti, ordinando alla Rai di reintegrarlo aziendalmente e di assegnargli la conduzione di un programma di approfondimento informativo in prima serata su Rai 2.
A seguito di quella decisione giudiziaria, Santoro tornò in onda nell’autunno del 2006 con la trasmissione Annozero, che condusse fino al suo addio definitivo alla Rai nel 2011.
Benché non sia possibile fare paragoni diretti con altre realtà, di ben altro genere, sulle modalità e le strategie aziendali per estromettere i conduttori più scomodi, il trend delineato dai dati internazionali traccia un quadro preoccupante.
La progressiva perdita di posizioni nelle classifiche di Reporters Sans Frontières colloca l’Italia sempre più vicina a Paesi tradizionalmente considerati meno virtuosi in tema di pluralismo informativo, e se le interferenze e la pressione sul servizio pubblico continuassero a questo ritmo, non sarebbe sorpredente assistere a un ulteriore scivolamento verso il basso.
Pur rimanendo ben distanti dalle ultime posizioni occupate dai regimi autoritari o totalitari, la tendenza al ridimensionamento delle voci d’inchiesta e la paralisi degli organi di garanzia segnalano un evidente logoramento dei principi di indipendenza dell’informazione.
Se ci impegniamo davvero, chissà che un giorno non riusciremo a salire sul podio dei paesi come Vietnam, Turkmenistan, Afghanistan, Iran, Siria e Cina.
Dai ragazzi, ancora qualche piccolo sforzo e ce la possiamo fare…
Gian J. Morici