di Biagio Maimone

Taranto, 27 agosto 2026 – Un mio amico, che nel corso della sua esperienza professionale ha maturato competenze e conoscenze in diversi settori, mi ha sottoposto alcuni giorni fa una sua articolata idea-progetto, frutto di una riflessione maturata nel tempo e finalizzata a individuare una possibile e innovativa prospettiva di rilancio del polo industriale di Taranto, con particolare riferimento all’ILVA.
L’idea-progetto è stata elaborata anche con l’ausilio di un suo collaboratore, il quale si è recato personalmente sul posto al fine di effettuare una prima verifica in ordine alla fattibilità concreta dell’iniziativa.
Si tratta di una proposta che, al di là della sua apparente semplicità, pone al centro una questione di straordinaria rilevanza economica, sociale e strategica: come restituire al polo tarantino una prospettiva industriale solida e competitiva, creando al contempo le condizioni per una più efficace tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
La riflessione parte, infatti, dalla necessità di superare una contrapposizione che per troppo tempo ha caratterizzato il dibattito su Taranto, quella tra sviluppo industriale e salvaguardia della salute, per giungere a una visione nella quale produzione, occupazione, innovazione tecnologica, rigenerazione urbana, sostenibilità ambientale e qualità della vita possano essere ricondotte all’interno di un’unica strategia di sviluppo.
È proprio questa impostazione a rendere la proposta particolarmente interessante: non considerare il problema esclusivamente sotto il profilo industriale, né soltanto sotto quello ambientale o sociale, ma affrontarlo nella sua dimensione complessiva, come una grande questione di politica industriale, di pianificazione territoriale e di futuro economico e sociale della città.
Una visione che merita, pertanto, di essere conosciuta, discussa e sottoposta alle necessarie valutazioni da parte delle istituzioni, degli esperti e di tutti i soggetti interessati al futuro di Taranto.
Non si tratta, dunque, soltanto di immaginare il rilancio di uno stabilimento industriale, ma di elaborare una possibile nuova architettura dello sviluppo di un intero territorio.
In termini di economia industriale, una simile impostazione significherebbe considerare il polo siderurgico non come un’entità isolata, ma come un asset strategico territoriale, capace di generare effetti diretti e indiretti sull’intera economia locale: dall’occupazione alla filiera delle imprese, dalla logistica ai servizi, dall’edilizia alla ricerca, dalla formazione professionale all’innovazione tecnologica.
L’investimento destinato alla trasformazione urbana e ambientale potrebbe inoltre essere interpretato secondo la logica del moltiplicatore economico: la spesa iniziale dello Stato, se correttamente programmata e accompagnata da criteri di efficienza, trasparenza e controllo, potrebbe generare una domanda aggiuntiva di beni, servizi, lavoro e investimenti, producendo ricadute sull’economia locale superiori alla semplice dimensione finanziaria dell’intervento.
Il valore economico di un simile progetto, pertanto, non dovrebbe essere misurato esclusivamente sulla base del costo iniziale, ma anche attraverso il valore prodotto nel medio e lungo periodo: nuova occupazione, incremento del patrimonio immobiliare, riqualificazione del territorio, riduzione delle passività ambientali, crescita della produttività, attrazione di capitali e maggiore competitività del sistema industriale.
L’idea è quella di affrontare simultaneamente le diverse componenti della questione: la necessità di mantenere e qualificare l’occupazione, la competitività internazionale del polo siderurgico, la progressiva innovazione dei processi produttivi, la tutela dell’ambiente, la salvaguardia della salute pubblica e la riqualificazione urbana.
In questa prospettiva, assume un ruolo centrale anche il capitale umano. La formazione, la riqualificazione professionale e la valorizzazione delle competenze dei lavoratori non dovrebbero essere considerate semplicemente misure di accompagnamento, ma veri e propri investimenti produttivi. Un territorio industriale competitivo, infatti, non può fondarsi soltanto sugli impianti, ma deve disporre di competenze tecniche, professionalità specializzate, capacità manageriali e ricerca applicata.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un ecosistema industriale nel quale l’acciaieria rappresenti il nucleo di una filiera più ampia, capace di coinvolgere imprese locali, edilizia, servizi avanzati, trasporti, logistica, manutenzione, tecnologia, formazione e ricerca.
In questa prospettiva, l’investimento pubblico potrebbe assumere una funzione strategica: non limitarsi a sostenere una situazione di emergenza, ma diventare uno strumento capace di generare nuova occupazione, nuove infrastrutture, nuova edilizia sostenibile, bonifiche ambientali e una diversa organizzazione del rapporto tra industria e territorio.
Il principio economico fondamentale sarebbe quello di trasformare una parte della spesa pubblica in investimento produttivo e patrimoniale, con effetti di lungo periodo sulla capacità economica del territorio.
È una prospettiva che, naturalmente, richiederebbe studi approfonditi, verifiche di fattibilità, valutazioni economiche, urbanistiche, ambientali e giuridiche, nonché un confronto istituzionale e scientifico. Ma proprio per questo appare utile portare questa idea all’attenzione pubblica: perché il futuro di Taranto non può essere affidato soltanto alla gestione dell’emergenza, ma deve essere accompagnato da una visione di lungo periodo.
Una visione nella quale il lavoro non venga sacrificato, ma qualificato; l’industria non venga necessariamente contrapposta all’ambiente, ma orientata verso modelli produttivi più avanzati; il territorio non venga semplicemente utilizzato, ma rigenerato; e la salute dei cittadini costituisca il parametro fondamentale di ogni scelta.
In questo quadro, la sostenibilità non dovrebbe essere intesa esclusivamente come sostenibilità ambientale, ma come sostenibilità economica, sociale, industriale e finanziaria. Un progetto è realmente sostenibile quando è capace di mantenere nel tempo l’occupazione, generare valore, preservare le risorse ambientali, attrarre investimenti e assicurare alle generazioni future un territorio più competitivo e vivibile.
È nello spirito di un’economia solidale, intesa come espressione di responsabilità collettiva, reciprocità e coesione nazionale, che viene proposta la seguente idea-progetto.
Una nazione cresce veramente quando ogni territorio partecipa alla costruzione del bene comune e quando le differenze territoriali non diventano fattori di divisione, ma occasioni di cooperazione e di crescita condivisa. Da Nord a Sud, lo sviluppo di una comunità deve essere considerato parte integrante dello sviluppo dell’intero Paese, perché la crescita di un territorio, quando genera lavoro, valore e futuro, rappresenta una ricchezza per tutti.
Ilva: Taranto, un sogno che diventerà realtà
Una prima possibilità per la salvaguardia della salute pubblica e per la tutela dell’ambiente consiste nel trasferimento del quartiere abitativo Tamburi, sorto nelle immediate vicinanze dello stabilimento Ilva, nella località Chiatona, sita nel Comune di Palagiano, distante 12/15 km a N.O. degli impianti industriali. Si dovrà procedere alla bonifica dell’intera area sulla quale insistevano le abitazioni, rendendola idonea, per una parte, a un’eventuale espansione dello stabilimento e, per un’altra parte, alla realizzazione di una zona cuscinetto.
Detto trasferimento abitativo sorgerà nel sito sopra descritto, sarà costituito da abitazioni ecosostenibili e sarà dotato di Chiesa, palestre, centro sportivo con piscina, campo da calcio e tennis, sale multimediali, supermercati, colonnine per la ricarica delle auto elettriche, ecc., parcheggi per le auto e navette per il trasferimento al luogo di lavoro; è già esistente la Ferrovia.
Nella località Chiatona è presente un boschetto di pini, all’interno del quale si trovano collinette di sabbia alte circa 3/8 metri. È già presente una strada, anzi una superstrada, che conduce sino a Reggio Calabria, in quanto vi sono alcune abitazioni.
Lo Stato Italiano, nell’ambito del progetto di recupero ambientale, dovrà affidare, mediante bando di gara, a una o più società immobiliari la realizzazione del nuovo quartiere in località Chiatona e procedere alla consegna, ai singoli proprietari degli appartamenti, già residenti nel quartiere Tamburi, delle abitazioni di nuova costruzione. La manodopera sarà solamente ed esclusivamente locale.
Questo trasferimento consentirà agli ex proprietari degli appartamenti del quartiere Tamburi di disporre, dopo 3/4 anni, di appartamenti nuovi, determinando altresì un incremento del loro valore di mercato. Si stima che le nuove abitazioni saranno 8000, con un costo complessivo di circa 1 miliardo e 200 mila euro. Detto importo sarà totalmente a carico dello Stato italiano.
Dal punto di vista economico, l’intervento edilizio avrebbe inoltre una funzione anticiclica e di attivazione della domanda interna, coinvolgendo una pluralità di comparti produttivi e professionali. La costruzione di 8000 abitazioni, infatti, comporterebbe domanda di materiali, impianti, servizi tecnici, progettazione, trasporti, manutenzione e manodopera, con una significativa possibilità di ricaduta sull’economia locale.
L’area liberata, sulla quale insiste attualmente il quartiere Tamburi, sarà concessa gratuitamente all’Ilva, la quale si farà carico della demolizione e dello smaltimento del vecchio quartiere, nonché della piantumazione di alberi ad alto fusto, con l’obiettivo di creare una barriera verde. Pertanto, l’area del quartiere Tamburi verrà destinata, per una parte, all’espansione dell’attività produttiva connessa ai futuri progetti industriali Ilva e, per un’altra parte, sarà oggetto di piantumazione di alberi ad alto fusto e assumerà la denominazione di “Quartiere di Salvaguardia della Salute Pubblica”.
La trasformazione dell’area potrebbe inoltre determinare una rivalutazione complessiva del patrimonio territoriale, attraverso la progressiva riduzione del degrado urbano e ambientale e la creazione di un nuovo rapporto tra aree industriali, infrastrutture, verde e insediamenti abitativi.
Si precisa che detto progetto consentirà il conseguimento di alcuni obiettivi:
I residenti del quartiere Tamburi avranno gratuitamente appartamenti nuovi, quale giusto e parziale indennizzo per le sofferenze sostenute nel corso di questi decenni.
I circa 4000 dipendenti in esubero nei primi 5 mesi saranno ricollocati, sin da subito, presso le società immobiliari impegnate nella costruzione degli appartamenti e nelle attività di bonifica della zona limitrofa. È chiaro che gli eventuali lavoratori non occupati saranno presi in carico mediante il ricorso alla cassa integrazione.
Lo Stato italiano metterà a disposizione 2,2 miliardi per:
– 1,2 miliardi per la costruzione di 8000 appartamenti.
– 1 miliardo per la bonifica ambientale dell’ex quartiere Tamburi, a integrazione di quella realizzata dall’Ilva.
L’entità dell’investimento dovrebbe essere valutata anche alla luce delle sue possibili ricadute economiche complessive. In una prospettiva di politica economica, infatti, la realizzazione di un programma di questa dimensione potrebbe rappresentare un intervento di lungo periodo sul capitale fisico del territorio, con effetti sulla produttività, sull’occupazione e sulla capacità di attrarre ulteriori investimenti privati.
Per questo progetto, l’Ilva, sul mercato internazionale, dovrà continuare a confrontarsi con la concorrenza delle acciaierie indiane e cinesi, in quanto la loro manodopera presenta un costo inferiore rispetto a quella italiana e, inoltre, il costo del carbone risulta più basso rispetto a quello utilizzato dall’Ilva e acquistato in Sud Africa.
La questione della competitività internazionale costituisce uno degli elementi centrali dell’intero progetto. Un grande polo siderurgico italiano potrà mantenere una posizione competitiva nel mercato globale soltanto attraverso produttività, innovazione, qualità, automazione, ricerca e capacità di collocarsi nei segmenti a maggiore valore aggiunto.
L’altra ipotesi, attualmente allo studio del Governo, sarebbe quella di trasformare i forni, dalla conduzione a combustibile, alla conduzione mediante energia elettrica. Il Governo non ha ancora fornito i dati relativi a tale trasformazione per quanto riguarda i costi. Certamente, per quanto concerne la fattibilità dell’intervento, si dovrà tenere presente la necessità di garantire la continuità operativa dell’acciaieria e, pertanto, la programmazione graduale di detto intervento. Si fa presente che la produzione di laminati d’acciaio mediante il sistema elettrico consentirebbe all’Ilva di collocarsi in una nicchia di mercato caratterizzata da un elevato contenuto tecnologico; pertanto, diverrebbe un’azienda leader in Europa.
La transizione tecnologica, in questa prospettiva, non rappresenterebbe soltanto un costo necessario per ridurre l’impatto ambientale, ma potrebbe diventare una leva di competitività. La capacità di produrre acciaio attraverso tecnologie più avanzate, efficienti e a minore intensità emissiva potrebbe consentire al polo tarantino di intercettare segmenti di mercato nei quali il valore del prodotto non è determinato esclusivamente dal prezzo, ma anche dalla qualità, dalla tecnologia, dalla tracciabilità e dalle caratteristiche ambientali del processo produttivo.
Si tratterebbe, in altri termini, di passare progressivamente da una competizione basata principalmente sui costi a una competizione fondata sul valore aggiunto, sull’innovazione e sulla qualità industriale.
Una nota storica: l’attuale area nella quale oggi è situata l’Ilva, sino a giugno del 1971, rappresentava un’oasi caratterizzata da un clima temperato e salubre, poiché l’aria, grazie alla presenza di migliaia di alberi di ulivo, unitamente alla brezza proveniente dal mare, apportava un considerevole beneficio alle persone affette da problematiche respiratorie e polmonari.
In quel luogo vi era un Sanatorio nel quale persone provenienti dal Sud, ma molte anche dal Nord, si recavano per curarsi.
Questa memoria storica assume oggi un significato particolare: il territorio non dovrebbe essere considerato soltanto come lo spazio fisico nel quale si colloca un grande stabilimento industriale, ma come un patrimonio economico, ambientale e sociale da preservare e valorizzare.
È proprio dalla ricomposizione di queste dimensioni — industriale, economica, occupazionale, ambientale, urbanistica e sociale — che potrebbe nascere una nuova idea di Taranto.
Una città capace di mantenere la propria vocazione industriale, ma attraverso un modello produttivo più moderno; capace di tutelare il lavoro, ma investendo nel capitale umano; capace di attrarre investimenti, ma subordinandoli a obiettivi di sostenibilità; capace di trasformare le risorse pubbliche in infrastrutture, occupazione e valore territoriale.
In questa prospettiva, il progetto potrebbe essere letto come una vera operazione di rigenerazione economica e territoriale, nella quale il rilancio industriale non costituisca la negazione della tutela ambientale, ma possa diventare uno dei motori della sua realizzazione.
Taranto avrebbe così la possibilità di trasformare una lunga e dolorosa contrapposizione in una nuova stagione di sviluppo, facendo della propria storia industriale non soltanto una memoria del passato, ma una piattaforma per costruire il futuro.