
A 34 anni dai massacri del ’92, riceviamo e pubblichiamo le riflessioni e le accuse di un ex investigatore in prima linea.
di *Mario Ravidà

A 34 anni dalle stragi di mafia quali certezze abbiamo sulle responsabilità oggettive di chi ha effettuato quelle stragi?
Oggi ne sappiamo molto di più rispetto ai primi anni subito dopo le stragi e le minacce a politici nazionali con gli omicidi palermitani di chi era stato da sempre il collegamento tra una certa politica centrista e la mafia.
Sappiamo chi le ha compiute e sappiamo che le trattative con le mafie, per fermare lo stragista Riina, ci sono state per ammissione proprio di chi trattò con le mafie, credo, conoscendo i miei colleghi, con le dovute tutele politiche e giudiziarie.
Sappiamo che Riina ha voluto gli omicidi e le stragi dopo le condanne definitive che ‘cosa nostra’ ha dovuto subire in seguito all’azione giudiziaria di Falcone e Borsellino al Maxiprocesso e la decisione definitiva di condanna (a differenza delle precedenti volte) della Cassazione, specialmente dopo l’omicidio del Giudice Scopelliti.
Condanne che decapitarono giudiziariamente i vertici e i componenti più importanti di ‘cosa nostra’.
Stragi e omicidi avvenuti durante e dopo una prima trattativa con Riina, per mezzo del più mafioso dei politici e il più politico dei mafiosi, ossia l’ex sindaco del ‘sacco di Palermo’ Vito Ciancimino.
La trattativa con gli stragisti, dopo che lo Stato concesse la cancellazione di più di 300 condanne a regime di 41 bis, si bloccò, in quanto il Riina pretendeva tutto e subito di tutte le richieste fatte allo Stato, tramite il famoso papello.
Si cercò, quindi, e si trovò un nuovo accordo con altri vertici di mafia che non condividevano l’attacco allo Stato del Riina.
Un accordo molto verosimilmente garantito da una nuova formazione politica che prese il potere e che assicurò delle misure più morbide, per quanto riguarda il carcere duro (41 bis) e le facili scarcerazioni, raggiunta una certa età anagrafica dei boss detenuti.
(Spatuzza durante i colloqui con Graviano al bar Doney di Roma dopo che si ‘accordarono con quello di canale 5’, le stragi si fermarono di colpo).
Tutto, oggi, si sta puntualmente avverando con le scarcerazioni di diversi boss e le ‘voragini’ che si stanno evidenziando con droghe e telefonini regolarmente ‘concessi’ ai detenuti mafiosi, i quali possono continuare a ‘comandare’ anche dal loro stato di detenzione, fornendo così degli alibi eccezionali, visto il loro stato di carcerazione. Alibi difficilmente smontabili.
Questa nuova trattativa con la mafia trattativista viene confermata dal collaboratore Malvagna Filippo che ci dice come un Carabiniere infedele lo informò del fatto che la moglie del Provenzano ‘parlava’ con un Capitano dei Carabinieri. Fatto che, credo, non abbia avuto sviluppi ulteriori, sebbene si conoscano più che verosimilmente i nomi del Carabiniere infedele e anche del Capitano che parlava con la moglie del Provenzano.
Per questo fatto, raccontato dal Malvagna ai suoi capi, lo stesso temette per la sua vita, viste le ‘fredde’ reazioni dei suoi capi alla notizia ricevuta, tanto che gli imposero prima l’ordine del silenzio assoluto e poi il Carabiniere infedele fu fatto segno di colpi d’arma da fuoco da parte di ignoti.
Quello che si deve ancora accertare è se il continuo delle stragi cosiddette in continente, abbia potuto favorire, con l’applicazione della strategia della tensione – anche con l’utilizzo di settori sovversivi di estrema destra – questa componente politica che garantì i boss (come confermato da Spatuzza) e i complici istituzionali ad essa legati, nonché le volontà atlantiche che da sempre hanno avuto ‘interessi’ sulle nostre politiche nazionali.
Dunque ci furono i primi contatti con il Riina da parte delle Istituzioni, le quali diedero garanzie, poi tradite, perché gli stragisti furono arrestati tutti (o quasi) per volontà del nuovo governo, che scelse di tutelare quell’altra parte di mafia con la quale si erano stretti patti ed accordi e che consentì, invece, una impunità a quei mafiosi che accettarono la trattativa e il conseguente ‘aiuto’ per distruggere, con gli avvenuti arresti, gli stragisti di Riina.
( La foto del Berlusconi che parla con uno dei Graviano e con l’allora Capitano dei CC, Delfino, potrebbe essere confermativa di questa tesi).
Emblematici e confermativi delle ‘protezioni’ di Stato furono principalmente il mancato arresto di Provenzano a Mezzojuso e la mancata immediata perquisizione del covo di Riina, dove potevano esserci le prove della prima trattativa tradita dallo Stato.
Per tale tradimento di Stato, ci fu il risentimento di due importanti stragisti come i fratelli Graviano, i quali dal loro stato di detenzione inviarono chiarissimi segnali a quella componente politica che prima li avrebbe sfruttati per i loro ‘interessi politici’ e poi fatti arrestare come tutti gli altri stragisti.
Verosimilmente, le concessioni di Stato ai Graviano per tacitarli consistono in dazioni di grosse cifre di denaro e benefici carcerari che hanno loro consentito di proliferare anche dal loro stato di detenzione e con tali concessioni tenuti buoni e zitti.
In tale contesto si inquadrano gli arresti di Riina, di Bagarella, dei Graviano, di Santapaola e di molti altri, tutti appartenenti alla cupola stragista del Riina.
Si tutelarono, invece, tutti coloro che scelsero di trattare con lo Stato e mi riferisco a Provenzano, Matteo Messina Denaro (consegnatosi perché in fin di vita), e tutti coloro che sposarono questo infame accordo. Infame per i mafiosi che tradirono i loro giuramenti di mafia e per lo Stato che non pensò ai propri morti ma soltanto a fermare le pesanti minacce di Riina alla vita dei politici che prima avevano colluso e poi non fecero nulla per ‘sistemare’ in Cassazione le condanne a ‘cosa nostra’!
Per la Sicilia orientale, ci sono gli elementi per poter dire che a sposare la linea trattativista furono, molto più che verosimilmente, gli Ercolano (alter ego del Santapaola Benedetto che invece era nella cupola con Riina e per tale motivo fu arrestato con modalità analoghe agli altri stragisti).
Per tutelare tali accordi, addirittura il Provenzano, poiché affetto da tumore alla prostata, fu curato dallo Stato che lo tutelava.
Quest’episodio costò la vita al povero medico specialista, luminare per le cure dei tumori alla prostata, Dott. Attilio Manca, inscenandone un clamoroso falso suicidio.
Tutti coloro che potevano svelare tali patti e accordi, in qualche modo sono stati messi a tacere, chi con la soppressione della vita e chi con benefici di Stato.
Chi sa e non ha parlato ha avuto carriere luminose e incarichi prestigiosi nella Pubblica Amministrazione.
Chi ha cercato, invece, di denunciare tali accordi, in processi (Di Matteo) o con servizi giornalisti investigativi (Ranucci) ha pagato con l’esclusione e le difficoltà di carriera o di incarichi di prestigio e con decine di querele minacciate ed altre eseguite.
Come volete che oggi, coloro che sanno e hanno colluso possano rivelare tutti questi retroscena?
È chiaro che si deve sponsorizzare chi depista e ci allontana da tali verità, poiché i patti e gli accordi risultano inaccettabili dal punto di vista morale e politico, in particolare se si pensa ai morti che non avrebbero mai accettato alcun compromesso con le mafie e i loro complici istituzionali e che, come già detto, sono morti per i loro principi di onestà e correttezza istituzionale.
Chi sono, dunque, i colpevoli collusi?
Ma basta guardare coloro che fanno e faranno di tutto per allontanarci da tali evidenze, con depistaggi e false piste che ormai sono in larga parte comprovate, sebbene larghi settori istituzionali tentano l’impossibile per accreditare tesi senza nessun fondamento.
Molte responsabilità sono anche addebitabili a coloro che oggi (forse per paura o convenienza) si pongono come eccezionali antimafiosi del passato e dell’odierno, senza che nessuno (anche da parte di chi li sponsorizza giornalisticamente) ricordi le gravissime omissioni e ritardi avvenuti durante i loro incarichi di antimafiosi nel periodo stragista in strutture istituzionali di vertice antimafia.
Tutto questo l’ho denunciato più volte negli anni, ma oggi, forse, date le nuove conoscenze, spero possa assumere un’importanza e una considerazione diversa rispetto al passato.
* Mario Ravidà è un poliziotto in pensione che ha vissuto in prima linea alcuni dei momenti più bui e drammatici del Novecento italiano. La sua carriera, segnata da un percorso di crescita che lo ha portato dal grado di agente a quello di commissario, si è sviluppata lungo due grandi direttrici della lotta alla criminalità nel nostro Paese.
Tra la fine degli anni Settanta e il 1984 ha lavorato alla DIGOS di Napoli nella sezione Antiterrorismo. In quegli anni di forte tensione ha contribuito in modo concreto al contrasto delle Brigate Rosse, partecipando alla scoperta di covi e all’arresto di diversi militanti.
Con la fine dell’emergenza legata al terrorismo si è trasferito a Catania. Lì ha svolto servizio prima alla Squadra Mobile e poi alla Criminalpol Sicilia Orientale. Nel 1993 è entrato a far parte della Direzione Investigativa Antimafia, la DIA di Catania, dove ha operato per quasi vent’anni fino al suo pensionamento nel settembre del 2011.