
(testo e foto di Diego Romeo)—Sette anni fa nella sala Telamone del Museo Griffo, oggi sul palcoscenico di un Palacongressi gremitissimo e plaudente. “Lo spettacolo-fanno notare Aronica e Volpe– rappresenta il culmine di un intenso percorso formativo durato otto mesi, che ha visto i partecipanti impegnati in sessioni trisettimanali di studio teorico e pratico sull’arte dell’attore ma, anche, della rassegna teatrale “Riflessi Culturali”. Sotto la direzione artistica di Gaetano Aronica e la regia di Giovanni Volpe, “Villa Malgiocondo” non si configura come una semplice rappresentazione scolastica, ma come un “attraversamento” viscerale dell’opera di Luigi Pirandello. Non una semplice messa in scena, ma un vero e proprio attraversamento dell’universo umano e filosofico del premio Nobel. Personaggi pirandelliani varcano la scena a valanga, dirompenti e dolenti, disseppelliti da cent’anni di solitudine. Entrano ed escono da una casa di cura (“Villa Malgiocondo”) quasi una sorta di città immaginaria come la Macondo di Marquez popolata di quelle vite che Pirandello in una sua poesia chiama “vite sciocche di innumerabili mortali… che retata di drammi originali”. Che è come dire l’individuo divorato dalla storia e la storia divorata dal mito. Un rito, un mito che l’altra sera si è celebrato sulla rivalutata scena del Palacongressi con interpreti che Aronica e Volpe ha tirato fuori dalla naftalina delle mancate opportunità, dei sognati desideri di anime e corpi che nell’arte e nella recitazione cercano il loro ubi consistam. Una risposta al “che ci faccio qui?” che il direttore artistico Aronica persegue e prosegue con il “confronto di pagine immortali, rileggendole in maniera che riteniamo originale e per il riflesso che hanno nella nostra vita individuale e sociale, con la certezza di potere offrire uno spettacolo coraggioso, contemporaneo e di grande impatto realizzato con un gruppo di attori eccezionali” E di coraggio e inventiva Aronica ne ha profuso abbastanza fin dalle prime battute come direttore della clinica, alias Pirandello che sette anni fa bofonchiava sulla contemporaneità di ponti e viadotti crollati, città sommerse dall’acqua alta (e mancante), inveendo contro ladri e cialtroni politici, ipocriti e corruttori, oggi il bisturi affonda in lacerti di interiorità, in una perenne “lanterninosofia” che esplode alla fine nel pianto liberatorio dell’ingegnere di anime o (se volete) di medico dei pazzi finito in sedia a rotelle e immobilizzato da una camicia di forza. Un finale tristissimo che rimanda alla lobotomia ma che consente ad Aronica di sfoderare tutta la sua esperienza attoriale mentre a lettere cubitali sul sipario viene citato il metodo Stanislawskj. “Forse non sono riuscito a centrare la lingua della comunicazione di massa – ci dice Aronica – ma la tentazione che ho di rivolgermi ai presunti detentori della verità di Pirandello è sempre forte. Non abbiamo giocato a fare teatro, lo abbiamo fatto. E con tutti i presupposti intellettuali e drammaturgici. Non c’è vita fuori della forma e allora bisogna renderla mutevole questa forma, per non restare
prigionieri del vuoto fino a diventarne suoi pregnanti operai”.Aronica definisce i suoi attori eccezionali e dopo aver visto lo spettacolo si può concordare benissimo con lui, così ben incastonati nei loro ruoli, tesi a dipanare realtà e immaginazione insieme a una scrittura scenica che innesta i nodi emozionali delle storie con alcune figure che si fanno simbolo delle evocate vanità dei mortali, della vita, della solitudine a tinte fosche, della dittatura sociale. Parecchi, forse troppi gli echi che risuonano fin dalla passeggiata iniziale con bianche maschere sui volti degli attori che non finiranno concupiti come in Eyes wide shut ma si scateneranno in un disperato sabba dionisiaco per poi, in chiusura, rimanere statue di una immobile fissità mentre risuonano motivetti del ventennio e quell’altra erotizzante musichetta che piaceva al Fassbinder di Querelle de Brest. Sul palco si sono avvicendati , in ordine di apparizione: Sofia Milazzo, Vanessa Bordino, Alfonso Guadagnino, Mariapia Zerilli, Giulia Trupia, Giulia Trigilio, Salvatore De Marco, Elena Nicotra, Ettore La Magra, Ina Brucculeri, Piero Roccaforte, Ida Agnello, Rosi Mandracchia, Gabriele Onolfo, Tommaso Mula, Marcella Rizzo, Mari La Duca, Valentina Russo Cirillo, Frou Nobile e Pietro Agnello. L’iniziativa è stata fortemente sostenuta dal Direttore del Parco, l’architetto Roberto Sciarratta, che ha promosso il progetto come strumento fondamentale di crescita culturale e sociale per il territorio agrigentino, in barba all’insipienza di un protettorato regionale che guarda sempre al Parco come una “gallina dalle uova d’oro”. La scelta del Palacongressi come sede delle attività ha ulteriormente radicato l’esperienza nell’identità culturale della città.