In Libano sfollato il 20% della popolazione, pari a un milione di persone. L’Organizzazione chiede con urgenza la cessazione immediata delle ostilità e invita tutte le parti coinvolte nel conflitto a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario, compreso il libero passaggio di aiuti umanitari, fertilizzanti e cibo attraverso lo Stretto di Hormuz.
I prezzi dei generi alimentari sono aumentati vertiginosamente a causa del conflitto in corso in alcuni dei Paesi, in Medio Oriente e nella regione circostante, più insicuri sul piano nutrizionale, minacciando di spingere le famiglie più vulnerabili ancora più verso la fame con l’avvicinarsi della festa dell’Eid. Lo afferma Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.
Le famiglie, già in difficoltà dopo anni di conflitti e shock economici, hanno riferito al personale di Save the Children che l’aumento dei costi di cibo e carburante, aggravato dalla guerra e dagli sfollamenti, le sta privando della gioia dell’Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, che quest’anno è segnata da paura, privazioni e fame, con oltre 4 milioni di persone sfollate, soprattutto in Iran e Libano[1].
Anche prima del conflitto, circa una persona su sei nella regione del Medio Oriente, viveva nell’incertezza del proprio prossimo pasto e si vedeva costretta a sacrificare la qualità del cibo a causa di difficoltà economiche[2].
In Libano, le interruzioni della catena di approvvigionamento e l’incertezza nei mercati locali hanno ulteriormente fatto aumentare i prezzi. Un’analisi di Save the Children sul costo del carburante e di sei alimenti chiave per una dieta sana ha rilevato che i prezzi sono aumentati del 5% tra il 23 febbraio e il 9 marzo[3].
Un milione di persone, ovvero il 20% della popolazione, sono state sfollate in Libano dall’inizio dell’escalation, il 2 marzo[4]. Il team di Save the Children riporta che le famiglie che vivono in rifugi collettivi non potranno consumare il cibo tradizionalmente presente durante l’Eid e quelle che vivono al di fuori dei rifugi stanno dando priorità alla spesa per i beni di prima necessità.
La sospensione delle esportazioni di cibo e prodotti agricoli da parte dell’Iran ha avuto un impatto significativo sull’Afghanistan, dove circa 9 milioni di bambini, ovvero uno su tre, soffrono la fame [5]. L’Iran rappresenta il 30% delle importazioni dell’Afghanistan, compresi beni chiave come cibo e carburante[6]. I prezzi di alcune verdure e dell’olio da cucina sono aumentati del 13% nell’ultimo mese, mentre i prodotti di base sono aumentati del 3%, secondo il monitoraggio dei prezzi di Save the Children. I venditori di frutta a Herat, vicino al confine con l’Iran, hanno affermato che il prezzo della frutta secca, tradizionalmente acquistata per l’Eid, è aumentato notevolmente. Le famiglie stanno sostituendo gli articoli più costosi utilizzati nei piatti dell’Eid con alternative più economiche come ceci, uva passa e semi di zucca.
In Iran le Nazioni Unite hanno segnalato che le pressioni economiche preesistenti, come la stagnazione economica, l’elevata inflazione alimentare e il rapido deprezzamento della valuta, che già prima dell’attuale conflitto stavano alimentando l’insicurezza alimentare, stanno lasciando le famiglie con una capacità limitata di assorbire ulteriori shock.
La chiusura del confine di Rafah da parte del governo israeliano, avvenuta il secondo giorno del conflitto – e tuttora chiusa all’ingresso di beni e rifornimenti umanitari – ha contribuito all’impennata dei prezzi a Gaza, aggravando gli effetti inflazionistici di due anni di guerra.
Alcuni tipi di frutta e verdura sono scomparsi o sono diventati scarsi nei mercati. Il costo di peperoni, patate e cipolle è più che triplicato in meno di due settimane, mentre anche i prezzi di uova e carne sono aumentati, mettendo a rischio la nutrizione e lo sviluppo dei bambini[7].
Le Nazioni Unite hanno avvertito che, se il conflitto dovesse continuare, l’aumento dei prezzi potrebbe spingere altre 45 milioni di persone verso la fame acuta, oltre ai 318 milioni attuali, raggiungendo un livello record[8]. Gli effetti potrebbero farsi sentire nell’Africa subsahariana, che si sta preparando per la stagione della semina e dipende dai fertilizzanti trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz, dal quale passa il 40% dei fertilizzanti mondiali.
“L’Eid, tradizionalmente un periodo di festa e di condivisione, non promette di portare alcun sollievo a molti minori in tutta la regione del Medio Oriente, già sfiancati da orrori inimmaginabili, a causa del costo umano ed economico del conflitto. I bambini sono stati uccisi, sfollati e i prezzi dei beni di prima necessità, come il cibo, sono in aumento e colpiscono famiglie piegate da anni di conflitto e crisi economiche, già sull’orlo del baratro. È un altro crudo monito su come i conflitti sconvolgano la vita dei bambini, infliggendo nuove ferite a un’intera generazione in Medio Oriente, che porta già i segni fisici e mentali di anni di violenza, insicurezza e privazioni” ha dichiarato Ahmad Alhendawi, direttore regionale di Save the Children per il Medio Oriente e l’Europa orientale.
Save the Children chiede con urgenza la cessazione immediata delle ostilità. Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario, compreso il libero passaggio di aiuti umanitari, fertilizzanti e cibo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Save the Children opera in tutta la regione per soddisfare i bisogni alimentari e nutrizionali dei bambini e sta intensificando gli aiuti in denaro e alimentari alle famiglie vulnerabili, comprese quelle recentemente sfollate, esplorando al contempo interventi a sostegno dei mercati e delle imprese locali al fine di minimizzare le interruzioni della catena di approvvigionamento. L’Organizzazione si sta inoltre preparando a potenziare i servizi nutrizionali essenziali volti a prevenire e curare la malnutrizione nei bambini, nelle donne in gravidanza e in allattamento.