di Diego Romeo

Due date mi sembrano contrassegnare il vostro “romanzo” «BATACLAN L’inizio della notte» (su Amazon dal 10 novembre): 13 novembre 2015 (tragedia Bataclan) e marzo 2026, condanna all’ergastolo per Choudary. Ma “la nottata”, voi lasciate intendere, comincia un mese prima, il 13 ottobre 2015, allorché un versetto del Corano, la Sura 59, l’Esodo, appare sui social. Vogliamo iniziare da questo “crepuscolo” inascoltato o non sufficientemente valutato?
Partiamo da lì, perché è lì che tutto era già scritto. Il 13 ottobre 2015 sui social compare un versetto della Sura 59: «…e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi». Poi la foto di un ponte sulla Senna, nella nebbia. Poi altri messaggi, uno dopo l’altro, che non sembravano propaganda: sembravano un conto alla rovescia. Chi quel linguaggio lo masticava ogni giorno capiva che non era retorica, era un annuncio. Un mese dopo Parigi brucia. Il problema non è che i segnali mancassero. Il problema è che c’erano, e nessuno ha voluto leggerli fino in fondo.
Pearl Harbour, 11 settembre, Bataclan: le distrazioni della Storia (o il sonno della Ragione) producono mostri?
La domanda, secondo me, va rovesciata. Il nostro Codice penale lo dice con una chiarezza che non lascia scampo: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». E principi analoghi esistono anche negli ordinamenti degli altri Paesi. Non è la ragione che dorme: sono i mostri che creano tragedie immani, quando trovano la porta aperta. E quella porta, troppo spesso, la lascia aperta proprio chi aveva il dovere di chiuderla. I tempi che stiamo vivendo ne sono la prova, ormai sotto gli occhi di tutti e mi riferisco ai casi AL MASRI e NETANYAHU.
Cosa vi ha spinto a scrivere questo “romanzo” (che di profetismo alla Clancy potrebbe ereditarne parecchio)?
Per quanto mi riguarda, la molla è scattata leggendo «V13», il libro di Emmanuel Carrère sul processo per gli attentati. Lì ho scoperto che, oltre alla mia segnalazione e, verosimilmente, a quelle di altri Paesi di cui si è parlato dopo la strage, i francesi avevano avuto in mano un’occasione enorme. Ad agosto 2015 Reda Hame, arrestato al rientro dalla Siria, aveva raccontato agli investigatori di aver ricevuto l’ordine di colpire, tra i possibili obiettivi, una sala da concerto. Quasi tre mesi prima dell’attacco al Bataclan. Non serviva un profeta: serviva qualcuno che mettesse insieme i pezzi. Il romanzo nasce da lì, e anche da una certa rabbia.
Quindi verità romanzata, dove il riferimento a fatti e persone non è casuale? È corretto dirlo, visto che si narrano vicende di persone sotto “copertura”?
Nel libro cerco di mostrare come, secondo me, si costruisce un’attività informativa e di analisi: a 360 gradi, raccogliendo tutte le fonti possibili, confrontandole, valutandole, riscontrandole. Senza pregiudizi e senza scorciatoie. Solo così si fa una prevenzione seria contro il terrorismo confessionale, e non solo. Il resto è propaganda, oppure burocrazia della paura.
Come vi siete conosciuti con Gian Joseph Morici e come è nata poi la vostra collaborazione?
Per caso. Lessi un suo articolo su Arid Uka, il giovane terrorista che nel 2011 uccise due militari americani all’aeroporto di Francoforte. Era l’unico articolo, tra i pochissimi, che affrontasse il fenomeno in modo completo ed equilibrato, con il respiro lungo di chi non cerca il titolo ma la comprensione. Da lì abbiamo cominciato a confrontarci anche su altri temi, ed è nata un’amicizia che dura ancora oggi. Nel libro quella collaborazione diventa il cuore della storia: un investigatore e un infiltrato nel web jihadista che vedono arrivare la notte, mentre intorno a loro molti preferiscono non guardare.
I fatti della cronaca mondializzata ci dicono che “a nuttata” (come diceva Eduardo) non accenna a passare e i fatti accaduti potrebbero ancora ripetersi. Nella vostra narrazione lasciate capire questo azzardo di futuro?
La nottata è ancora lunga. Ci sono menti raffinatissime che hanno interesse a tenere la luce spenta su fenomeni passati e presenti, e con ogni probabilità sarà così anche in futuro. Menti che si avvalgono di una delle peggiori classi politiche mai viste, e non solo da noi. Il buio, per qualcuno, non è un incidente: è una convenienza.
Lo dice la cronaca di questi giorni. A Milano Youssef Siher è stato fermato con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, e pochi giorni dopo la gip lo ha rimesso in libertà: non ci sono gravi indizi di colpevolezza, quei messaggi sono critiche dure al governo e ai media, ma senza alcuna indicazione concreta alla violenza. Accuse, per dirla semplicemente, campate in aria. Siher resta indagato e sarà il procedimento a dire l’ultima parola; ma il metodo con cui lo si è portato in carcere dice già molto. È il rovescio esatto del Bataclan: là gli allarmi veri c’erano e sono rimasti nei cassetti; qui si è scambiata la rabbia, anche volgare, di una pagina Instagram per un piano terroristico. Un approccio frettoloso e supino, più attento a offrire un colpevole alle attese della politica che a verificare i fatti e sviluppare indagini più incisive e silenziose.
C’è poi un rischio più profondo. Se tutto diventa terrorismo, niente lo è più. La parola si consuma, l’allarme perde valore, e quando arriverà il prossimo tweet vero, quello che annuncia una strage, rischierà di perdersi nel rumore. È esattamente così che comincia la notte.
Gian Joseph Morici
Si è parlato di segnali ignorati, di porte lasciate aperte e di un conto alla rovescia iniziato un mese prima sui social con la Sura 59. Da infiltrato nella rete jihadista, come ha vissuto quel silenzio?
Vivendo a Parigi, quella notte si è consumata in un’atmosfera di profondo e lacerante tormento.
Ciò che ha reso l’esperienza ancor più surreale e angosciante, oltre l’ululato delle sirene e il cupo rimbombo degli elicotteri che sorvolavano la città, sono state le urla concitate di chi, sintonizzato sui canali della propaganda digitale, sotto le mie finestre di casa, inneggiava alla jihad intonando il Takbīr.
Avendo colto la gravità di quei segnali premonitori che si erano rincorsi per settimane, ho vissuto tutto con un lacerante misto di rabbia e sgomento. Sgomento soprattutto per la ferma convinzione che la tragedia a cui si stava assistendo avrebbe potuto e dovuto essere evitata.
Chi ogni giorno filtra migliaia di chat criptate e profili fake, come può tracciare la linea di demarcazione esatta tra il cialtronesco sfogo da tastiera – la propaganda di pancia – e un lupo solitario o un commando pronto a colpire?
Oggi disponiamo di strumenti tecnologici sofisticati, capaci di scandagliare il cyberspazio e monitorare il flusso costante di dati, ma non bisogna mai sottovalutare alcun segnale relegandolo a sfoghi da tastiera.
In questo scenario, la figura dell’infiltrato può diventare un elemento determinante. Insinuandosi all’interno delle loro strutture e intessendo contatti diretti con gli affiliati, l’infiltrato ha la possibilità di penetrare la cortina di fumo della propaganda e accedere ai piani reali. In quel caso, si può riuscire meglio a distinguere la vacua millanteria del “leone da tastiera” dalla minaccia silente del “lupo solitario” o del commando pronto a passare all’azione.
Evangelista tira in ballo il Codice penale e il principio secondo cui “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”, citando pesanti omissioni sistemiche.
Se passiamo dalla teoria giudiziaria alla realtà operativa delle agenzie di intelligence e sicurezza transnazionali, quanto pesa oggi per funzionario la paura di sbagliare e rischiare la carriera?
È una domanda la cui risposta non spetta a me…
Se un infiltrato riesce a raccogliere un tassello – un frammento di codice criptato, una fotografia sgranata di un ponte o un versetto fuori contesto – deve solo trasmetterlo attraverso i canali ufficiali. Vedere poi che quel contributo rischia di finire insabbiato nei cassetti della burocrazia o strumentalizzato dalle dinamiche della politica del momento solleva interrogativi non pochi interrogativi.
Qual è, a quel punto, la spinta psicologica che dovrebbe convincere un uomo a continuare? Chi gli copre le spalle quando il sistema sceglie deliberatamente di spegnere la luce o, nell’ipotesi più aberrante, quando per un tragicomico errore burocratico finisce egli stesso per diventare oggetto di sospetto?