L’Organizzazione, in occasione dell’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, ribadisce la richiesta di politiche migratorie che mettano al centro la vita umana e i diritti di bambini, bambine e adolescenti, anche attraverso un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e canali regolari e sicuri verso l’Europa
Un bambino trovato senza vita su un gommone quasi sgonfio, come successo ieri alla nave Aurora al confine della zona Sar libica e tunisina, o altri scomparsi tra le onde. Quella che attraversa il Mar Mediterraneo si conferma una delle rotte più pericolose e letali al mondo per chi cerca protezione e un futuro possibile al di là del mare, soprattutto per i più vulnerabili. Dal 2014 sono oltre 1.500 i bambini morti o dispersi in mare – cifra approssimata per difetto, perché molte tragedie sfuggono ai radar della cronaca e il numero reale è presumibilmente molto più alto – di cui 642 solo nel Mediterraneo centrale[1]. In totale dal 2014 sono oltre 35.600 le persone morte o disperse in mare nel Mediterraneo[2], di cui più di 25.800 nel Mediterraneo centrale.
Eppure le politiche europee continuano a privilegiare la protezione dei confini a quella delle persone. Lo afferma Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, in occasione dell’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono davanti alle coste di Lampedusa 368 persone.
“A tredici anni dal 3 ottobre, il corpo di un altro bambino recuperato in mare ci ricorda che commemorare le vittime impone di agire per evitare le prossime morti. Il dramma della perdita di bambini, donne, uomini in mare continua a ripetersi, ma ancora non vediamo giungere il momento dell’umanità e della responsabilità da parte degli Stati membri e dall’UE, che restano concentrati su come tenere fuori dal proprio territorio quante più persone possibili. Chiediamo urgentemente all’Unione europea e agli Stati l’impegno massimo nella ricerca e nel soccorso in mare: un imperativo umanitario che in questa ricorrenza non possiamo dimenticare. Chiediamo di mettere la vita umana al centro. Chiediamo per questo un sistema stabile e coordinato di ricerca e soccorso, il rapido sbarco dei naufraghi in un luogo sicuro e vie regolari di ingresso. E chiediamo che ogni bambino, bambina o adolescente, sia in mare che una volta a terra, sia riconosciuto prima di tutto come un minore da proteggere” ha dichiarato Elena Gentili, Head of Advocacy and Policy di Save the Children.
Nel 2026 sono giunte via mare in Italia oltre 22.600 persone[3], di cui più di 4.500 minori stranieri non accompagnati, la maggior parte delle quali è sbarcata a Lampedusa. Dal 2013 a oggi l’isola è stata un approdo decisivo per migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, bambine e adolescenti. Il lavoro di soccorritori, istituzioni, comunità locale e organizzazioni ha contribuito a salvare vite e a offrire una prima risposta a chi arriva, anche dopo naufragi e perdite traumatiche. Negli anni molte cose sono cambiate ed è migliorata la gestione complessiva dell’hotspot anche grazie al lavoro della Croce Rossa e delle altre Organizzazioni presenti. È un risultato da consolidare: per i minori, l’approdo deve essere seguito da un’immediata individuazione dei bisogni, da protezione adeguata e dal rapido trasferimento in strutture dedicate. Lampedusa può essere un luogo di approdo sicuro. La prevenzione di nuove tragedie e la protezione di chi sopravvive richiedono una responsabilità condivisa, che parta dall’impegno politico di ciascuno Stato membro e si concreti nel livello europeo.
Save the Children chiede ancora una volta con determinazione di aprire canali regolari e sicuri verso l’Europa, che garantiscano il rispetto dei diritti umani, e di attivare un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo per salvare le persone in pericolo, operando nel rispetto del diritto internazionale e dando prova di quella solidarietà che è un valore fondante dell’Unione Europea, e invita a non sanzionare e limitare l’azione delle imbarcazioni – siano esse organizzazioni non governative o mercantili – che salvano vite in mare.
Anche quest’anno Save the Children – stabilmente presente a Lampedusa per fornire assistenza e supporto immediato alle famiglie con bambini e ai minori soli che arrivano sull’isola – partecipa alle attività organizzate dal Comitato 3 ottobre con un laboratorio rivolto a studenti italiani e stranieri, dal titolo “Il viaggio di Aboubacar”, che si sviluppa intorno alla volontà di portare nelle ultime fasi del percorso migratorio (arrivo in Italia, identificazione e avvio dei percorsi di accoglienza e di protezione individuali) i ragazzi e le ragazze che parteciperanno alle attività.
Attraverso file audio e sonori, disegni e schede si stimolerà un processo di immedesimazione per arrivare a far sentire le emozioni e il vissuto dei minori stranieri che sbarcano sulle nostre coste e farli sentire più vicini ai loro coetanei.
[1] Dati dal 2014 – primo anno da cui sono disponibili – al 2025: https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean?region_incident=All&route=3861&month=All&incident_date[min]=&incident_date[max]=
[2] https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean
[3] Cruscotto del Ministero dell’Interno, dati fino al 29 settembre 2026