
Risalendo la strada, quell’uomo ci venne incontro.
Forse ci aveva seguito e ci raggiunse, ora non ricordo bene. La strada era fiancheggiata da alberi incredibilmente stenti, assediati dalle pietre. Eravamo insieme, per paura, per desolazione, e insieme allegri, perché dividevamo la paura e la desolazione.
Quell’uomo l’avevamo visto arrivare, ma non so più da dove. Andavamo parlottando tra di noi, guardando i nostri piedi posarsi sul deserto di quella strada, spingendo via minerali calcinati dal sole, fatti di polvere indurita. Alzando lo sguardo. i raggi caldamente ci ferirono.
Fu così.
Sbattendo gli occhi per riaprirli lo vedemmo, che forse anche lui ci guardava. Ma è più esatto riportare la sensazione che cominciò a camminarci a fianco, in silenzio e non gli chiedemmo niente. Non parlavamo quasi più. Cleopa ed io trascinavamo con noi tanta di quella povertà e tanta di quella gioventù che eravamo alternativamente sempre felici e sempre disperati. Quell’uomo su quella strada non ci incuriosì. Per un po’ neanche lo guardammo. Ci sogguardammo invece tra di noi, interrogandoci con gli occhi tondi della sorpresa e dello scherno.
E nel tempo il cielo si macchiò di lunghe lame blu e porpora , il sole cominciò a scivolare, il vento leggermente si sollevò dalla terra calda e soffocata, la strada assunse un’altra prospettiva, sembrò bella e pacifica.
Allora, con calma, lo osservammo. E ogni lineamento, ed ogni piega dei suoi abiti perlustrammo, per deriderlo, o per trovarvi qualcosa di straordinario, per poterne parlare, poi.
Ed ora, te ne sto parlando.
Cleopa ed io andavamo delusi, tornavamo indietro. Non c’era una vita nuova al di là del nostro confine, la terra sembrava tutta uguale e la gente ancora peggio. Non c’era nessun pensiero, nessuna immagine, che in quel momento potesse salvarci. Ci guardavamo i piedi che andavano da soli sulla strada. Il passo di quell’uomo ci affiancava e gli chiedemmo così dove stava andando. Andava esattamente dove andavamo noi, ma non commentammo, non fraternizzammo. Passò ancora del tempo, e ogni volta che Cleopa incrociava il mio sguardo ci veniva da ridere. Nel silenzio ormai fresco del crepuscolo lui ci chiese da dove venivamo. Fummo laconici. Non ci andava proprio di rievocare gli ultimi giorni. La speranza, la violenza, il clamore e ora il vuoto. Solo a ricordare ci si svuotavano le orbite. La testa ci dondolava dalla stanchezza, e mentre il sole andava giù mi venne da piangere, o forse piansi in segreto, pieno di vergogna. Non osavo spingere il pensiero indietro, al giorno in cui eravamo partiti, e la strada era buia, ma doveva arrivare il giorno. Eccitati, freschi e nervosi, col sentimento della futura bellezza, i nostri desideri realizzati, i nostri corpi piazzati nella vita. Ricordavo persino lo scatto dei muscoli nelle gambe che mi portavano senza fatica dove mi aspettava la felicità. Ero nuovo, nuovo e innocente, e per questo ora, non riconoscevo il dolore che mi stordiva, e anzi avevo fame.
Ci fermammo a guardare nelle nostre sacche e l’uomo proseguì. Impossibile che lui non sapesse nulla. Ma non riflettemmo, tirammo fuori il pane e ci avvicinammo ad un albero, sul bordo della strada. Guardavamo le sue spalle, il suo passo che si allontanava.
Andava.
Cleopa, così, lo chiamò:
– Senti, è quasi notte. Non hai fame?- Lui si girò e tornò indietro. Ci guardò senza sorriso, gravemente si sedette anche lui sul bordo della strada. Raccolse la sua borsa, tirò fuori del pane. Osservammo il campo dietro di noi, sepolto nell’ombra.
– Una volta, qua sulla strada un uomo è stato ridotto così male, viaggiava solo.-informò Cleopa.-Mio padre mi racconta che se lo dovette caricare sulle spalle. Ogni tratto doveva fermarsi, per tirare il fiato. E cercava di farlo parlare, ma quello sembrava morto.-
L’uomo ascoltava, teneva il suo pane in grembo. Nell’oscurità si indovinava il suo sguardo e Cleopa continuò a parlare – Non era di qui, si capiva dal modo di vestire, dalla sua faccia, dalla forma della testa, disse mio padre- Poi tacque.
Pensai al padre di Cleopa, così fragile, un uomo stretto e schivo. Durante la strada doveva aver avuto il desiderio mille volte di lasciare quel fardello alla notte, alla sorte, al destino. Le gambe gli dolevano, e la schiena si opponeva a quel carico. Poi ci aveva detto d’aver alzato la testa. Su di lui il cielo nero, senza una stella, tanto ottuso e grave gli aveva aperto invece nel cuore un sussulto di desiderio di vita, di averne ancora e ancora,e come se avesse assaporato un pane caldo, aveva sentito le labbra umide, e gli occhi gonfi per quella emozione. Aveva raccolto di nuovo quel sacco che ancora respirava, e frustando ossa e muscoli e nervi, rabbiosamente aveva proceduto fino ad una casa, chiesto aiuto e solo dopo, tanto dopo, si era sentito stanco. Il padre di Cleopa, per quel che ne so io, era allora un uomo rovinato. Allora, come allora e come ora, le cose si trascinavano con fatica e bisognava inventarsi una speranza. Tornava come noi, su quella strada, fiaccamente, con la sensazione d’avere finito. La testa gli ronzava per il vuoto assoluto d’ogni energia. Era solo il riflesso d’un antico costume o curiosità andare a smuovere quell’involto che nascondeva un uomo massacrato. Sotto la piega di quei pensieri, riflettendo, respirai e anch’io guardai in alto. L’uomo non si era mosso.
Sopra di noi navigavano le nubi nere, andavano in altri luoghi, a sottolineare altri cataclismi, libere in un cielo che il sole non sorvegliava più. Il vento alto le incalzava, e quando sgombrarono il vasto campo, vidi in confusione le stelle, che non so leggere, né seguire.
Era ogni cosa perfetta e bellissima, anche la mia estrema povertà, l’acqua che Cleopa, urtandomi mi porgeva, l’amico stesso, vicino alla mia vita per sempre, e la vita a venire, e la morte, che, quell’uomo non poteva non sapere,quello stesso giorno aveva attraversato i miei occhi, a non avessi mai visto e mai sentito.
Andavo per trasformare la mia vita, per averne una, e tornavo con lo spirito frastornato dalla morte.
Chiusi la fronte nella mano, perché non vedessero che piangevo.
L’uomo mi porse un pezzo di pane.
Ma io non potevo prenderlo. Le mie mani tremavano, e mi vergognavo. La sua mano rimase tesa e aspettò che io finissi di vedere la folla, di sentire le parole più oscene, di constatare che il mondo non chiude il suo cerchio tra le parole tenere della madre, la sollecitudine del padre, la vicinanza dell’amico, e il pane fresco al mattino.
Non ero neppure ancora un uomo, e avevo visto uccidere un uomo.
E per tutta la strada Cleopa ed io non avevamo detto nulla. Zitti, avvolti, fasciati nelle vesti che le nostre madri avevano preparato per noi.
Presi il pane.
Lo trattenni a lungo nelle mie mani. Ingoiai un po’ di lacrime e poi lo mangiai. Guardai l’uomo e lo vidi di nuovo spezzare il pane e porgerne un pezzo a Marco.
Fu così che dissi : –Oggi abbiamo visto uccidere un nostro amico- Cleopa non alzò la testa.
Perché era questo quello che avevamo visto, e non pensavamo mai..
-Forse lo conoscevi anche tu- gli disse piano Cleopa. E gli raccontammo tutto. E dopo i fatti, dei quali non tralasciammo neanche i particolari più umilianti, narrammo di lui. Di questo amico nostro, e come era, e quello che ci diceva, e di come ci avesse illusi, e invece guarda com’era finito. Cleopa si alzò. Passeggiò un po’ in mezzo al campo. Ogni tanto si grattava la testa. Aspettavo di sentire qualcosa, che quell’uomo ci dicesse qualcosa.
Ma lui non parlò.
Cleopa tornò indietro.-Se tu lo conoscevi forse non lo conoscevi come lo conoscevamo noi. Anche se avesse fatto qualcosa non si può fare questo a un uomo-
-E’ vero- disse lui.
Spezzò ancora il pane per sé e mangiò.
– Tu da dove vieni- gli chiesi. Veniva da dove venivamo noi. Aveva visto morire il nostro amico. Ci offrì da bere. Ci alzammo, ricominciammo a camminare. Allora, incoraggiato dalla notte, dissi
-Mi mancherà.-
E Cleopa, anche lui, indovinai che annuiva, e disse- Doveva essere più prudente, non doveva parlare tanto e con tutti. Dovevamo nasconderci.-
-Di cosa parlava- chiese l’uomo.
Parlava, dissi alterato, di cose che neanche capivo.-
-Cos’è che non hai capito, Simone?- mi chiese allora, fermandosi.
Così mi guardò e io lo guardai.
E rauco sbraitai:
– Perché doveva morire, perché dobbiamo morire, perché ci dobbiamo lasciare?-
Così, sconvolto dalla vergogna, cominciai a correre, e Cleopa mi rincorreva. Quando mi raggiunse, cercò di parlarmi ma lo allontanavo. Il vento disordinava di più i miei pensieri, e la polvere di marmo di quella strada mi accecava. Mi buttai di lato, sulle pietre bianche e gialle e desertiche. Lasciai che scorresse disfatta la paura, la commozione, la pietà per quello che i nostri occhi avevano dovuto patire. Non ricordo se Cleopa mi parlò. Solo, alzando gli occhi, lo vidi al centro della strada. Mi alzai, raccolsi le mie cose, e mi avviai di fianco a lui.
L’uomo non c’era più.
Non so se disse qualcosa a Cleopa. Né dove fosse andato, se avesse tagliato per i campi.
Solo quando ad est tornò ad arrampicarsi il sole, Cleopa ed io ci guardammo.
Mi disse : –Hai fame?- e sorridendo gli risposi: -Non abbiamo più niente da mangiare-
Lui tirò fuori dalla sacca un pane. Me lo porse
-Te l’ha dato lui-gli dissi.
Annuì. Strinsi il pane. Veniva nella nostra direzione un po’ di gente. Guardavano con interesse il pane che tenevo tra le mani. Allora lo spezzai e lo distribuii. E la gente mi sorrideva. Cleopa ed io ne tenemmo solo due pezzi per noi.