“Le tue mani sulla mia pancia. E’ da lì che mi sei entrato nell’anima. E’ da lì che un uomo ti entra nell’anima. Non c’è un altro posto. Ci sono parole e sguardi e odori e sapori e colori, ma quello che ti entra nella pancia non ha un altro posto dove andare. E resta.”
Il cinguettio degli uccelli frantumò senza rispetto il silenzio. “Ci ri-siamo”. Adele abbassò gli occhi sullo schermo a cercare l’orologio, in quel gesto meccanico e stizzoso che ormai rappresentava per lei l’unica concessione al tempo degli uomini. “E’ di nuovo l’alba” pensò. “E ancora una volta di te, di me, di una storia che non si fa scrivere, resterà solo un pensiero. Che non andrà in nessun posto.”
Da quando aveva incontrato lui Adele non aveva più niente al mondo. Neanche lui, che se ne era andato. Portandosi via tutto quello che aveva, tutto quello che era prima di lui. E con lui. Lasciandola piena della sua assenza. Così piena da non avere più spazio per niente.
Eppure ne aveva avuto così tanto di spazio. Ed aveva avuto ed era stata così tanto. Certo non così tanto per sé, molto di più per gli altri, ma era stato questo di lei che aveva amato di più, quello che riusciva a donare agli altri. E lo faceva ancora oggi, anzi di più, oltre ogni limite, contro se stessa spesso, aggrappandosi ai brandelli di un ricordo di pienezza che era il premio che svuotarsi, smembrarsi, sgretolarsi tra le mani di chi, cinico ladro o innocente bisognoso, con lacrime e parole o unghie rapaci e grida, chiedeva. O rubava. L’aveva fatto contro di lui anche, quando c’era ancora, e divorava insaziabile di lei ogni cosa e con lei dissetava rabbia e solitudine e stanchezza e gioia, e sogno, e desiderio, odiando ciò che di lei esisteva ancora, che di lei restava ancora, da regalare fuori, senza sapere che era proprio lui a riempirla di tutto il mondo vecchio e quello nuovo che le portava dentro le parole e gli occhi, le mani sulla pancia. Ma ora, ora che era così piena di un vuoto, del suo vuoto, niente riusciva a saziarla, niente riusciva a restituirle la fame.
A volte chiudeva gli occhi Adele, contro quel mondo fuori che le contava i giorni, e , ad occhi chiusi, rileggeva tutte le sue parole, tutto quello che le aveva scritto; riascoltava, nel silenzio assoluto, la musica che avevano ascoltato insieme, divisi e lontanissimi, eppure così vicini da riuscire ad annusarsi. A respirare.
Altre volte inforcava i suoi occhiali da lettura e trangugiava pagine e pagine di racconti, di pensieri, di parole: si lasciava percuotere, trapassare, rapire dai sentimenti e dalle emozioni degli altri, inseguendo avidamente un modo, un mezzo, che cancellasse via quel senso di unico che le dipingeva quel suo maledetto vuoto. Quel suo benedetto vuoto.
Gli altri. C’erano eccome gli altri. Che quelli non glieli aveva mai portati via. E gli altri erano anche i tanti che le riempivano la vita delle cose belle che lei amava. Gli altri e i tanti che aveva incontrato senza mai cercarli. Gli altri che le capitavano senza cercarla. Proprio come era capitato lui.
Ma lui continuava ad essere altro.
Nausea e sangue. Nausea e sangue il sapore di uno strappo di un assurdo addio che non c’è stato.
Adele gli occhi al muro o al buio della notte a chiedere a quel vuoto pieno dentro di farsi dolore. E nausea e sangue e strappo e addio. E invece niente. Niente e silenzio e il vuoto pieno a soffocare, a traboccare fuori dalla pelle, a rotolare in strada, a farsi sabbia nel vento per solcare il mare, a diventare mani e fiato, senza voce, ancora, di nuovo, avanti a lui. Che ha chiuso le finestre contro il cielo per non lasciarlo entrare. A trattenerlo. A piangere e gridare contro. Perché è di urla e pianti che si riempie il cielo di un addio. Di voce e lacrime e di mani tese ad afferrare, a non lasciare andare, a chiedere di restare. E poi a respingere per riabbracciare ancora.
Ti bacio e ti allontani. Ti cerco e non hai tempo.
E batterti i pugni sul petto. E avere voglia di picchiarti e farti male. Di picchiarmi e farmi male. Di cacciarti e chiuderti la porta in faccia. Di prendermela io una porta in faccia. Gridarti contro l’odio. Gridarti contro amore. Le braccia intorno tue a soffocarmi il pianto prima di abbandonarmi.
Ti bacio e ti allontani. Ti cerco e non hai tempo.
E i pugni chiusi non ci arrivano a superare il mondo in una notte senza stelle che torna ogni giorno all’alba, quando richiudo gli occhi su un assurdo addio di nausea e sangue che non posso prendermi, che non vuoi lasciarmi. A liberarmi il vuoto che mi hai riempito dentro.
Ti bacio e ti allontani. Ti cerco e non hai tempo. E so che non l’ho fatto mai, che non me l’hai lasciato fare mai. Parole di carta e immagini. Davanti a te la voce dentro. E muri di silenzio e rabbia. E di paura.
Nausea e sangue. Nausea e sangue le labbra viola tese, a rubare qualche respiro ancora, a respirare ancora; la testa sulla pancia, a strappare il tempo ai battiti di un cuore che non puoi portare indietro, a battere il tuo tempo. Adele gli occhi al muro o al buio della notte a chiedere a quel vuoto pieno dentro di farsi dolore. E nausea e sangue e strappo e addio. Per camminare ancora, per restare sola. Per trovare spazio per ricominciare. Per ricostruirsi. E invece niente.
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“Le tue mani sulla mia pancia. E fuori il sole.”
Adele pensava a tutte le volte che aveva attraversato lo specchio per andarsi a cercare e a tutte le volte che era tornata indietro riconoscendosi in quella che era partita.
Ricostruirsi.
Quella volta dall’altra parte aveva trovato lui. E dentro di lui tutto quello che non aveva mai voluto guardare di sé.
Ricostruirsi.
Le mani sulla pancia e il vuoto dentro. Solo lui dentro e il sole fuori.
Adele abbassò gli occhi sullo schermo a cercare l’orologio, in quel gesto meccanico e stizzoso che ormai rappresentava per lei l’unica concessione al tempo degli uomini. “E’ di nuovo l’alba” pensò. “E ancora una volta di te, di me, di una storia che non si fa scrivere, resterà solo un pensiero. Che non andrà in nessun posto.”
E “Sacra” la Pancia, anche x me 🙂