La zanzara – di Cinzia Craus

Sono sicuro che se potessi prendere una lente di ingrandimento adesso, mentre sei qui, posata su di me, senza spaventarti, senza disturbarti, senza interromperti mentre ti nutri del mio sangue, e potessi guardarti negli occhi, nei tuoi occhi compositi che di questo mondo ti restituiscono un suadente e complesso mosaico, non nitido forse, non chiaro, lucido, netto, unico, come quello che i nostri occhi regalano a noi, ingannandoci, che nulla al mondo è unico, netto, lucido e chiaro come ciò che con gli occhi vediamo, potrei leggervi dentro, dietro la sorpresa – quella dura un attimo, ammesso che ve ne sia, ammesso che anche tu non ne abbia viste tante ormai da non sorprenderti più – quel sentimento tutto umano che è la compassione, più facile che sia pietà, ancora di più che sia pietà mista a disgusto. Abbasserei gli occhi allora, forse, illudendomi che tu non li abbia visti, che ti rimanga l’incertezza, il dubbio di questo fugace incontro di sguardi che chiede voce, spiegazioni, parole. Abbasserei gli occhi sentendomi il tuo sguardo addosso a penetrarmi ancora, a urlarmi contro, a scuotermi invano dal silenzio che mi difende, mi domina, mi opprime, mi salva, mi uccide.

 

Sciafffff!!!

 

–       Ma che accidenti fai? Una zanzara ti divora e tu stai lì a guardarla? –

 

Sciafffff.

Meno di un attimo per chiudere un milione di occhi che ti indagano. Oh grazie, grazie Fede, grazie di avermi salvato, cosa farei senza di te, sarei perduto, finito, un uomo morto, straziato, dissanguato, allo sbando, senza casa, famiglia, lavoro, amici, affetto, senza niente.

 

Ovvio che non lo dico.

 

Ovvio che non lo penso. O forse sì.

 

Ovvio che lei lo pensi, anche in questo preciso istante in cui io me lo sto chiedendo se lo penso. Se dentro gli occhi che mi osservano mentre mi lascio succhiare via la vita, compassionevoli, pietosi o disgustati neanche importa più di tanto, non abbia in fondo visto, cercato, quel che dei miei in qualche posto che non trovo è rimasto, a chiedermi perché lo faccio. O se piuttosto io veda me implorare proprio quella pietà che sprezzo e che mi umilia perché si faccia comprensione, Cosa dovrei fare? Io non sarei niente, non sono niente. E invece mi scuso, mi giustifico, Me lo merito, le ho fatto del male e ora è giusto che paghi. Oppure mi auto inganno, A me sta bene, sono piccole rinunce, anche giuste, se è per farla felice, per tranquillizzarla; o peggio ancora faccio l’uomo adulto, maturo, responsabile, E’ una scelta, e ogni scelta ha il suo prezzo, ognuno paga il suo.

 

–       Ma vuoi sciacquarti almeno? Ripulirti? Toglierti di dosso quello schifo e quel sangue? Ne attirerai altre cento di zanzare così! Ma che hai stasera? –

 

Sì Fede, va bene Fede, ok Fede, vado a lavarmi, magari metto su anche un po’ di citronella, un’ insetticida magari, magari ingoio uno zampirone, anzi, anzi ho un’idea, magari mi avveleno il sangue, poi mi spalmo su qualcosa che le attiri tutte le zanzare, tutte, faccio una strage. Mi do un senso, magari.

 

La verità è che un senso ce l’ho. Abbastanza simile alla carta moschicida ma ce l’ho. Altro che ragazzino, altro che incapace, altro che niente. Io li proteggo. Federica, mia moglie, e Giulio e Gaia, i miei figli, e anche Matteo, e Vanna, i suoceri, e anche mamma, sì anche lei in fondo, forse per prima, papà no, che non c’è più, mica per altro, li proteggo. Li proteggo e mi sacrifico, mi ammazzo di lavoro, mi distruggo, mi spezzo la schiena, le braccia, le ossa per farlo, per dar loro tutto quello che è giusto che abbiano. Ed è giusto. E’ giusto, si intenda, non ho mai pensato che non lo sia. E’ il mio ruolo. Li proteggo dalla fame, dalla sete, dal caldo, dal freddo, dalla paura, dalla miseria; per quel che posso provo a proteggerli dall’ignoranza, cerco di dar loro le armi per farlo, ai miei figli intendo, dalla disonestà, dalla cattiveria, dall’invidia. Dal dolore, anche da questo mi compete difenderli tutti, dal dolore e dalle delusioni, almeno in parte, per quel che posso, per quel che dipende da me: io non devo deluderli, è importante.

Certo, Fede. Fede l’ho delusa. Fede l’ho tradita e delusa. E ora pago.

 

Pago.

 

C’è qualcosa che non mi torna.

 

Stanotte Laura mi manca più dell’aria.

 

Forse no, non erano pensieri di pietà o disgusto che cercavo in fondo ai mille occhi tuoi che mi scrutavano perplessi mentre mi lasciavo dissanguare. Mi bastano per questo gli occhi di mia sorella che stentano a riconoscermi, quelli di Dario, sprezzanti dal primo giorno in cui mi fidanzai, quelli di Serena, che è l’unica che sa da sempre tutto, che da sempre ascolta, che da sempre parla, mi sostiene, mi difende, o mi osteggia, quando serve, mi comprende. Mi comprendeva. Oggi no. E non cercavo comprensione neanche, o compassione. Gli occhi di Laura me l’hanno data, mentre me ne andavo, ed erano lame di fuoco sulle spalle, sulla schiena, che ancora bruciano sotto la pelle, non si spegneranno mai. E odio o rancore o rabbia, no, per quello bastano gli occhi di Federica a punirmi.

Forse non erano affatto i tuoi occhi quelli che cercavo, ma i miei. I miei occhi, la mia vita sciolta dentro quel lento ininterrotto flusso di sangue che tu mi portavi via. Ammesso che li abbia ancora gli occhi – e una vita – che non siano rimasti lì dentro quelli di Laura, tra le sua lunghe ciglia o le sue gambe bianche, sui suoi seni morbidi o tra le sue dita. Anche Laura avrei dovuto proteggere, anche Laura ho deluso.

Così pago anche per lei.

E c’è qualcosa che non mi torna.

 

Proteggere, difendere.

 

E non avrei mai potuto difendere o proteggere tutti.

 

Certo, avrei potuto non incontrarla Laura.

 

Fede mi avrebbe ucciso lo stesso le zanzare sulle gambe forse, in qualche sera d’estate in cui mi sarei trovato incantato a guardarle, chiedendomi magari se è da lì, dal sangue, che nascono i sogni e i desideri di un uomo, la sua natura, e se è giusto e logico difendersi quando te li portano via.

Ma non me lo sarei chiesto forse, senza Laura. Che non è Fede o Giulio o Gaia la mia zanzara, o Matteo o Vanna, o mamma.

 

Un ruolo.

 

Forse la verità è che impariamo solo quello, forse c’è solo quello nel nostro sangue e neanche lo impariamo.

Sono io la mia zanzara.

 

Io che sono niente senza Fede, senza Giulio, senza Gaia. Io che sono niente senza Laura. Nessuno può difendermi.

 

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