Verdini: altra ‘soluzione Brancher’?

Vista la situazione, il rischio, se così possiamo definirlo, che corre l’Italia, è quello di restare senza parlamentari. Più infatti vanno avanti le indagini, più emerge un quadro allarmante di affari e corruzione. Berlusconi, forse ha fatto la scelta giusta. Per non affondare il Governo e mandare tutti sotto processo, non potendo garantire e garantirsi l’impunità, ha ben pensato che basta bloccare le indagini. Coadiuvato dal bravo Alfano, tenta d’impedire che i cittadini e la magistratura possano venire a conoscenza di tutto il malaffare e la bassezza morale che ormai dilaga nel Paese. Resta un solo problema: “La Legge è uguale per tutti”!

La soluzione, vorremmo fornirla noi, visto che l’attuale ministro di Giustizia, Angelino Alfano, è nostro emerito concittadino: depenalizzare i reati di corruzione, concussione, peculato, riciclaggio, associazione a delinquere etc.

Questo metterebbe al riparo i politici; rispetterebbe l’art. 3 della Costituzione, stando al quale “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge“; offrirebbe ai tanti disperati rispettosi della legge la possibilità di sopravvivere senza dover delinquere. Legalizzato ciò che è reato, tutti noi, in pace con le nostre coscienze e dinanzi la legge, potremmo risolvere i piccoli e grandi problemi economici che ci assillano.

Le nuove carceri a quel punto, potrebbero essere usate per chi non si adegua. E vista la situazione, sarebbero ben pochi. Questo risolverebbe anche il problema della sovrappopolazione carceraria e consegnerebbe a futura memoria gli eroi che nell’arco di una sola legislatura hanno saputo dare risposta a quei problemi che in tutte le nazioni del mondo, da secoli, non si riescono a risolvere.

“Da amico mi auguro che Denis Verdini sappia dimostrare la sua innocenza”, ma “dal punto di vista politico c’é un enorme problema di opportunità che il premier non può far finta di non vedere. Il Berlusconi ‘ghe pensi mi’ come ha risolto il caso Brancher così deve risolvere il caso Verdini”. Ne è convinto vicecapogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino, che in un’intervista alla Stampa invoca le dimissioni anche per Ernesto Sica e Nicola Cosentino. “La cosa davvero preoccupante è il risvolto di malcostume nel partito”, sottolinea il deputato finiano. “C’é un problema della classe dirigente del Pdl che non riesce a interpretare il progetto originario di Berlusconi e Fini. La degenerazione è arrivata a livelli di guardia con spericolate e vergognose operazioni di dossieraggi contro esponenti del partito”.

“L’assessore regionale della Campania Ernesto Sica si deve dimettere subito. Lui è stato catapultato in giunta dal suo sponsor-protettore: Silvio Berlusconi. Sica è quello che costruisce il falso dossier contro Stefano Caldoro, il nostro governatore”, dichiara Bocchino. Anche Cosentino, sottosegretario all’Economia e segretario regionale del Pdl, “partecipa all’azione di dossieraggio contro il futuro governatore della Campania, dunque non può più essere segretario del partito”. Nell’intervista Bocchino interviene sull’incontro tra Berlusconi e Casini nella cena a casa di Bruno Vespa, cui “era stato invitato anche Gianfranco Fini che però ha preferito raggiungere le figlie al mare”, e commenta le ultime dichiarazioni del premier sulla stampa. “E’ una sciocchezza imperdonabile prendersela con la sinistra che imbavaglia la verità. Il mondo dell’informazione è plurale e per i giornalisti è un dovere raccontare i fatti”.

”Mi trovo mio malgrado trascinato in mezzo a uno tsunami mediatico-giudiziario di violenza inaudita, senza nessuna possibilità di potermi difendere compiutamente da una serie di ricostruzioni che definire fantasiose costituisce un eufemismo”. Lo afferma in una nota il coordinatore nazionaledel Pdl, Denis Verdini lamentando ”il fiume di fango” che gli si e’ abbattuto contro e sottolineando di aver ”perfino appresoda un quotidiano di essere indagato come membro di un’associazione segreta di cui non sono mai stato a conoscenza e di cui, conseguentemente, non ho mai fatto, né faccio, parte”. Spiega Verdini: ”mi sono state portate una o due volte a casa mia (e non otto come scrive un altro quotidiano) tutte insieme le tre persone arrestate ai sensi della legge Anselmi, e in quelle occasioni non si è mai parlato né del lodo Alfano, né di pressioni sul Csm o sulla Cassazione, né di candidature alla presidenza della Campania, né di qualsiasi fatto che abbia rilevanza penale, a cominciare proprio da questa fantomatica organizzazione segreta”. ”Ancora oggi – prosegue Verdini – alcuni quotidiani continuano a parlare della banca che presiedo e di un fiume illecito di denaro (chi 8 milioni di euro, chi 4) depositati,transitati o negoziati presso il Credito cooperativo fiorentino.Notizia smentita più volte da me e dalla banca stessa, in quanto completamente falsa. Peraltro, la stessa ordinanza del gip di Roma conferma, come da indagini svolte presso il Ccf e il Giornale della Toscana, che sono stati fatti regolari versamenti con assegni circolari in più rate per complessivi 800 mila euro,che servivano alla ricapitalizzazione della società che edita il quotidiano. Un’operazione del tutto trasparente, che nulla ha a che vedere con le calunniose illazioni riportate dalla stampa”. ”Sono pronto a chiarire tutto davanti ai magistrati, quando riterranno opportuno convocarmi, nella speranza, probabilmente vana, che questo stillicidio di notizie in aperta violazione del segreto istruttorio cessi, che la verità venga finalmente acclarata, e che s’interrompa questo incredibile fiume di fango e di menzogne che viene quotidianamente riversato sulla mia onorabilità di uomo e di politico”

Il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci ha ricevuto dalla procura della repubblica di Roma l’avviso a comparire nell’ambito dell’inchiesta su un presunto comitato d’affari che avrebbe voluto condizionare gli appalti dell’energia rinnovabile in Sardegna. Secondo i legali di Cappellacci il provvedimento dei magistrati presenterebbe dei vizi di forma e sarebbe per questo nullo. Il governatore ha comunque scelto di fare subito delle dichiarazioni confermando di aver ricevuto l’invito a comparire, di aver fiducia nella magistratura e di essere pronto quanto prima a chiarire la sua posizione davanti ai magistrati. Il governatore sardo figura nell’elenco degli indagati nell’ambito dell’indagine che ha portato all’arresto dell’imprenditore Flavio Carboni.

“Sì è vero, sono pronto a riferire ai magistrati, non ho nulla da nascondere”, commenta il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci. Quanto alla possibilità di un vizio formale che renderebbe nullo il provvedimento dei magistrati della capitale, si è appreso che ci sarebbe stato un errore di trascrizione dell’articolo del Codice riguardante l’ipotesi di reato contestata a Cappellacci. Sembrerebbe profilarsi, comunque, uno stralcio per il filone sardo dell’inchiesta che potrebbe portare a una rapida conclusione della stessa.

L’imprenditore Flavio Carboni, coinvolto a Roma nell’inchiesta sugli impianti eolici da effettuare in Sardegna, è stato arrestato, insieme a Pasquale Lombardi, geometra ed ex esponente della Dc nonché ex sindaco del suo paese di origine in provincia di Avellino, e all’imprenditore Arcangelo Martino, ex assessore comunale di Napoli.

Tra settembre e ottobre 2009 i tre arrestati dalla Procura di Roma, tentarono di avvicinare giudici della Corte Costituzionale allo scopo di influire sull’esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano, la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato. Lo afferma il gip Giovanni De Donato, nell’ordinanza con cui ha disposto l’arresto per i tre nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico in Sardegna, con l’accusa di associazione per delinquere e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.

L’operazione, afferma il Gip, fu condotta da Lombardi, previo accordo con gli altri due, con cui si manteneva in costante contatto. L’episodio, conclude il giudice, si intreccia col tentativo dei tre di ottenere la candidatura dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, alla carica di presidente della Regione Campania, in cambio appunto degli interventi compiuti sulla Corte Costituzionale. Negli ultimi mesi del 2009 e all’inizio di quest’anno Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino si sono adoperati per la candidatura di Nicola Cosentino.

Dopo l’arrivo di un provvedimento di custodia cautelare nei confronti del sottosegretario, i tre hanno cercato di favorire l’accoglimento del ricorso proposto contro questa misura grazie al rapporto tra Lombardi e il presidente della Corte di Cassazione in modo da recuperare la candidatura di Cosentino. Secondo quanto afferma il Gip nel provvedimento, dopo il rigetto del ricorso e dopo che il Pdl ha individuato in Stefano Caldoro come candidato alla Regione Campania, il sodalizio ha dato vita una intensa attività diretta a screditare il nuovo candidato in modo da escluderlo dalla competizione elettorale, tentando di diffondere all’interno del partito, e tramite internet, notizie diffamatorie sul suo conto.

Tra le operazioni degli arrestati sotto la lente di ingrandimento della Procura ci sarebbero anche i tentativi, a partire dall’ottobre 2009, posti in essere da Lombardi e diretti a pilotare, tramite pressioni esercitate su componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, la nomina a cariche direttive di magistrati graditi al sodalizio tra i quali Alfonso Marra, che aspirava alla carica di presidente della corte d’Appello di Milano. Queste iniziative, in base a quanto sostiene il Gip, puntavano a far acquisire all’associazione buoni rapporti con i dirigenti di alcuni uffici giudiziari.

Il 23 settembre dello scorso anno, a pochi giorni dal giudizio della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, avvenne una riunione nell’abitazione romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, per stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della consulta. All’incontro era invitato anche l’imprenditore Flavio Carboni, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi.

Al termine della riunione, in base a quanto scrive il Gip, Lombardi chiama Caliendo, che aveva dovuto abbandonare in anticipo l’incontro, aggiornandolo sugli argomenti trattati. Lombardi si dice disponibile a correre ai ripari in ogni modo, affermando che occorre fare la conta di quanti sono i giudici favorevoli alla bocciatura della legge e quanti quelli contrari, lavorando quotidianamente alla vicenda in vista del giudizio della Consulta previsto inizialmente per il 6 ottobre. Stesso discorso viene fatto da Lombardi a Martone e Carboni. La troppa loquacità di Lombardi e l’incontro del 23 settembre sono oggetto di una successiva conversazione tra Martino e Carboni. L’imprenditore sardo raccomanda a Martino di riferire solo con lui della questione perché Lombardi (ritenuto da entrambi fondamentale per la riuscita dei loro piani) parla troppo. Tra le personalità avvicinate da Lombardi per fare da tramite con i giudici della Consulta anche il parlamentare Renzo Lusetti, che tuttavia reagisce con imbarazzo alle telefonate. Analogo imbarazzo mostra, in una telefonata intercettata il 30 settembre, il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, che tenta in ogni modo di sottrarsi alle richieste pressanti di Lombardi su come avvicinare uno dei giudici chiamati a pronunciarsi sul lodo Alfano. La contropartita chiesta per tale attività di lobby è la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania, come esplicitato in una telefonata di Lombardi allo stesso sottosegretario. Il tentativo di influire sul giudizio di costituzionalità del lodo Alfano non andò però a buon fine. Il 7 ottobre 2009 la Corte boccia il provvedimento, suscitando le ire di Carboni e Martino, che accusano Lombardi del fallimento e della figuraccia fatta con i propri referenti politici, a partire da Verdini.

“Una associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti” caratterizzata “dalla segretezza degli scopi” e volta “a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonché degli apparati della pubblica amministrazione”. E’ quanto scrive il Gip del Tribunale di Roma, Giovanni De Donato, nel capo di imputazione dell’ordinanza (circa 60 pagine) di arresto per l’imprenditore Flavio Carboni, di Pasquale Lombardi, ex esponente della Dc e dell’imprenditore napoletano, Arcangelo Martino.

Il legale di Carboni, Renato Borzone, ha fatto sapere che presenterà immediato ricorso al Tribunale della libertà contro il provvedimento che gli è stato appena notificato.

Il fascicolo che ha portato agli arresti nasce da uno stralcio, aperto quest’anno, dell’inchiesta sugli appalti per l’eolico in Sardegna in cui è coinvolto, tra gli altri, anche il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci.

La richiesta d’arresto di Carboni e dell’ex esponente della Dc Campana, Pasquale Lombardi, è stata fatta dal pm della procura di Roma, Rodolfo Sabelli e accolta dal gip Giovanni De Donato. Carboni, che ha 78 anni, è stato trasferito alle prima luci dell’alba, dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, presso il carcere di Regina Coeli mentre Lombardi, che vive ad Avellino, si trova attualmente nella casa circondariale irpina di Bellizzi. L’ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il filone di indagine è collegato all’inchiesta della procura capitolina su un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

Dopo averlo solo sospettato, la lettura dell’ordinanza di sociologia giudiziaria della Autorità giudiziaria di Roma dà conferma che il nulla probatorio emerso da mesi di indagine è sfociato in un arresto assurdo e ingiustificato, tra l’ altro nei confronti di un quasi ottantenne con esiti di patologie cardiache e infartuali, per un reato associativo (la cd legge Anselmi) che è la metafora della deriva delle inchieste giudiziarie di questo paese”. E’ quanto afferma l’avvocato, Renato Borzone, difensore dell’imprenditore Flavio Carboni arrestato oggi dai carabinieri su richiesta della Procura di Roma. “Nessuna prova di reati specifici – prosegue – ed allora si va alla ricerca di fattispecie associative addirittura risibili. Se, come sempre è finora accaduto, Carboni troverà un giudice a Berlino sarà prima o poi scagionato da questi addebiti. Diversamente, bisognerà ancora combattere per fare riconoscere la differenza tra addebiti penali e addebiti moralistici. Nel frattempo, la difesa cercherà di capire quali sono i meccanismi di assegnazione dei processi negli uffici giudiziari romani”.

“Quanto emerge dall’inchiesta descrive un quadro allucinante”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commentando a margine della Festa dell’Unità di Roma le inchieste sugli appalti per l’eolico. “Dico solo due cose – ha aggiunto Bersani – e cioé i magistrati vadano fino in fondo, e il governo per favore venga in parlamento a dirci qualcosa su questa vicenda”.

“La vicenda sugli appalti dell’eolico raccontata dal gip nella sua ordinanza e dalla quale emerge un tentativo chiaro di condizionare l’attività della magistratura, è un vero e proprio attentato allo Stato di diritto”. Lo afferma il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commentando l’ordinanza del gip Giovanni Di Donato sull’inchiesta relativa agli impianti eolici. “Se corrispondesse alla realtà, sarebbe un verminaio dietro al quale si nasconde il progetto di una loggia massonica di sovvertire l’assetto socio-politico-istituzionale del Paese. Il puzzle sta per essere completato – prosegue Di Pietro – e porta la firma del Piano di Rinascita Democratica della P2, gloriosa loggia massonica i cui affiliati ricoprono ruoli di primissimo piano nelle istituzioni. Adesso non resta che affidarsi ai magistrati affinché facciano al più presto chiarezza”.

Sta emergendo “un quadro torbido e preoccupante per l’Italia e le sue istituzioni: sembrerebbe infatti di essere di fronte a un sistema di potere che va ben oltre la gestione degli appalti, ma che mira a condizionare, intimidire e assoggettare parti dello Stato”, afferma il presidente dei senatori dell’Udc, Gianpiero D’Alia che suggerisce alla Commissione Antimafia di acquisire gli atti relativi alle indagini. “E’ necessario – spiega D’Alia – che le indagini facciano la massima chiarezza su ogni aspetto senza trascurare nulla, perché sembra proprio che non si stia parlando solo di furbetti o di cricche, ma di un’organizzazione con un disegno criminale molto più ambizioso, che riporta purtroppo alla mente tristi episodi della nostra storia repubblicana”.

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