L’Organizzazione chiede alla comunità internazionale di intensificare i propri sforzi per garantire che i bambini e le famiglie palestinesi colpiti dalla guerra a Gaza possano ricevere l’assistenza, la protezione e il sostegno di cui hanno bisogno e che venga assicurato l’accesso a cure mediche specialistiche, riaprendo il corridoio sanitario verso la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
I bambini di Gaza che necessitano di cure mediche salvavita si trovano sempre più intrappolati all’interno della Striscia: il numero di evacuazioni sanitarie che li riguardano è diminuito del 75% rispetto al primo anno di guerra, nonostante decine di migliaia di minori siano in attesa di assistenza urgente. Lo denuncia Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro[1].
Dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023, che ha portato alla distruzione dei sistemi sanitari in tutta Gaza, quasi 14.000 palestinesi sono stati evacuati per ricevere cure mediche, di cui circa due terzi (8.940) in Egitto, insieme ai loro accompagnatori[2]. Il dato include sia le persone evacuate tramite il Ministero della Salute di Gaza, sia quelle trasferite prima che l’OMS assumesse il ruolo di coordinatore principale delle evacuazioni.
Tuttavia, gli ultimi dati indicano una flessione nel numero di evacuazioni sanitarie che coinvolgono minori: tra il 7 ottobre 2025 e il 6 ottobre 2026 sono stati evacuati 1.010 minori, contro i 1.241 dell’anno precedente e i 4.163 registrati durante il primo anno di guerra[3] Secondo il Ministero della Salute di Gaza, 21.000 persone – un quarto delle quali bambini – sono ancora in attesa di essere evacuate da Gaza per ricevere cure mediche, mentre il sostegno destinato a chi riesce a lasciare Gaza è a rischio a causa dei tagli ai finanziamenti.
Per coloro che raggiungono l’Egitto, le gravi conseguenze di tre anni di guerra sono evidenti. Secondo il personale di Save the Children, i bambini palestinesi arrivano in una condizione di profondo disagio psicologico, che comprende ansia legata al cibo, disturbi del linguaggio, aggressività e patologie autoimmuni connesse a traumi.
Save the Children gestisce al Cairo uno Spazio a misura di bambino – soprannominato “Piccola Gaza” – dove circa 750 minori e le loro famiglie stanno iniziando a ritrovare barlumi di speranza e un percorso di guarigione. Tuttavia, il personale sottolinea che questo sostegno rappresenta solo una “goccia nel mare” rispetto all’enorme portata dei bisogni, con una lista d’attesa che ha ormai raggiunto quasi le 5.000 persone. Senza finanziamenti urgenti e costanti, l’anno prossimo questi servizi rischiano la chiusura.
Gli operatori di Save the Children raccontano il caso di un bambino arrivato al Cairo con un problema di balbuzie, insorto dopo anni di sofferenze vissute a Gaza. Grazie al supporto psicologico e all’inserimento in una comunità di altri bambini palestinesi, ha iniziato a superare la balbuzie, arrivando persino a fare da narratore in uno spettacolo teatrale messo in scena dai bambini stessi. Gli operatori riferiscono che esistono molte storie simili.
Eppure, nonostante la presenza di questa comunità, per molti palestinesi provenienti da Gaza la solitudine rimane una realtà profonda. Alcune delle persone evacuate non hanno potuto portare con sé i propri cari.
Reem*, 38 anni, ha lasciato Gaza all’inizio di quest’anno per sottoporsi a cure contro il cancro al seno in Egitto. Con lei c’è la figlia Layan*, 9 anni, la cui esperienza della guerra è stata così traumatica da causarle la vitiligine, una patologia autoimmune. Non è stato possibile portare con loro Mohamed*, il figlio di 10 anni, rimasto a Gaza; dopo la morte del padre, il bambino trascorre il suo tempo alternandosi tra le famiglie delle zie paterne e materne.
Presso il proprio Spazio a misura di bambino, Save the Children sostiene Layan nel suo percorso educativo, seguendo il programma scolastico palestinese, dopo che la guerra le aveva impedito di frequentare la scuola per due anni. Entrambe desiderano ardentemente ricongiungersi con Mohamed*.
“Tutto ciò che voglio è riabbracciare mio figlio e vivere in un luogo sicuro”, afferma Reem. “Voglio solo stare con mio fratello”, dice Layan.
Dall’inizio della guerra, Save the Children ha fornito assistenza a 18.000 palestinesi provenienti da Gaza che si trovano in Egitto, offrendo supporto sanitario, psicologico e psicosociale, istruzione, protezione dell’infanzia e sostegno economico. La maggior parte di queste persone viene presa in carico tramite una linea telefonica di supporto, dalla quale è emerso che il 93% di chi chiama non riesce a soddisfare i bisogni primari, come cibo, affitto e assistenza sanitaria; il 75% delle famiglie è privo di reddito e il 90% non possiede alcun risparmio.
Secondo i team dell’Organizzazione, il desiderio più diffuso tra i bambini è che ci sia cibo a sufficienza per tutti. Viene citato il caso di una madre che non riesce a trovare il coraggio di rispondere al marito, rimasto a Gaza, quando lui le chiede cosa abbia mangiato durante la giornata.
Doa Attia, responsabile operativa senior per la risposta di Save the Children a Gaza, ha descritto la paura provata dai bambini e dalle loro famiglie al momento dell’arrivo al Cairo, spiegando come il sostegno dell’Organizzazione li abbia aiutati a compiere dei progressi. «All’inizio è stato difficile, di fronte a tante necessità dei bambini: ne ricordo uno che, il primo giorno, restava aggrappato alla gamba della madre perché non voleva entrare; non si sentiva al sicuro. In seguito, però, ho visto lo stesso bambino giocare tranquillamente con gli altri. È un grande successo. Un’altra madre ha raccontato che suo figlio, in passato, era timido e talvolta persino aggressivo, mentre ora è molto rispettoso, sa cosa dire e cosa evitare, e aiuta anche gli altri bambini. Anche questa è una storia di successo».
I bambini di Gaza hanno diritto a ricevere cure mediche all’interno della Striscia[4], ma tre anni di bombardamenti israeliani e di restrizioni all’ingresso di aiuti e beni di prima necessità hanno lasciato decine di migliaia di minori gravemente malati o feriti. Il sistema sanitario di Gaza è stato decimato: secondo l’ONU, solo la metà degli ospedali è parzialmente operativa e tutte le strutture risultano danneggiate.
A un anno dalla sua firma, il cosiddetto accordo di «cessate il fuoco» esiste solo sulla carta, hanno dichiarato all’inizio di questo mese Save the Children e oltre 100 altre organizzazioni. Le continue restrizioni imposte da Israele all’accesso di aiuti umanitari e merci nella Striscia stanno ostacolando gli interventi di ripresa; inoltre, le attività militari israeliane proseguono quasi quotidianamente, con attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e fuoco navale in tutta Gaza.
«A tre anni dall’inizio della guerra, ai bambini di Gaza è stata negata l’infanzia. Quelli che avrebbero dovuto essere anni trascorsi a imparare, giocare e immaginare il proprio futuro sono stati invece segnati da violenza, perdite, carestia e sfollamento. I nostri programmi in Egitto offrono un’ancora di salvezza e un sollievo temporaneo, ma tutto ciò è a rischio se i finanziamenti dovessero terminare. La comunità internazionale deve intensificare i propri sforzi per garantire che i bambini e le famiglie palestinesi colpiti dalla guerra a Gaza possano ricevere l’assistenza, la protezione e il sostegno di cui hanno bisogno. In Egitto ciò richiede un finanziamento costante da parte dei donatori per mantenere gli “Spazi a misura di bambino”, garantendo luoghi sicuri per l’apprendimento e un supporto fondamentale per la salute mentale. Oltre a un accesso umanitario continuo e alla fornitura di servizi essenziali, è necessario che la comunità internazionale assicuri l’accesso a cure mediche specialistiche, innanzitutto riaprendo il corridoio sanitario verso la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Laddove le cure non siano disponibili nel Territorio palestinese occupato, occorre prevedere il trasferimento in altri Paesi, tutelando al contempo il diritto dei pazienti a fare ritorno a casa – un aspetto critico, dato che in passato il governo israeliano ha spesso negato ai palestinesi tale diritto. All’interno di Gaza, dobbiamo garantire una ricostruzione guidata dai palestinesi e incentrata sui bambini, in cui la società civile, le comunità e i minori palestinesi siano i protagonisti del proprio percorso di ripresa e ricostruzione. Nel frattempo, i bambini e le famiglie bloccati fuori da Gaza si trovano intrappolati tra due realtà insostenibili: da un lato, la difficoltà di affrontare una vita lontano da casa; dall’altro, l’impossibilità di tornare in un luogo devastato, dove il sistema sanitario, ormai decimato, rende la sopravvivenza una sfida quotidiana» ha dichiarato Ahmad Alhendawi, direttore regionale di Save the Children per il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa orientale.
Save the Children fornisce servizi essenziali e sostegno ai bambini palestinesi colpiti dal conflitto in corso fin dal 1953, ed è presente in modo permanente nel Territorio palestinese occupato dal 1973. Opera sia in Cisgiordania che a Gaza.
In Egitto, dall’inizio dell’attuale guerra a Gaza, Save the Children ha fornito assistenza a 18.000 palestinesi provenienti dalla Striscia, offrendo supporto sanitario, psicologico e psicosociale, istruzione, protezione dell’infanzia e sostegno economico.