
Anni fa mi ero ripromesso di non occuparmi più degli avvenimenti politici di Agrigento, la città citata da Pirandello come la “misera cittaduzza”, e a parte rarissimi casi ho sempre preferito ignorare le sue vicende, ma davanti a certi fatti diventa davvero impossibile non esporsi.
Tutto è partito da quanto sta accadendo a Maddalusa, un’area caratterizzata da numerose costruzioni abusive sorte anni fa nonostante vincoli severi, come l’inedificabilità e la vicinanza al Parco Archeologico, dove in applicazione delle regole che vietano l’erogazione dei servizi essenziali agli immobili senza permessi, è stato deciso di tagliare l’acqua, scatenando la rabbia degli abitanti che considerano l’accesso alle risorse idriche un diritto fondamentale. I comitati di quartiere cercano quindi una mediazione con le istituzioni, auspicando soluzioni come la revisione dei confini del Parco per evitare demolizioni.
Questo clima ha poi fatto esplodere il caso del vicesindaco Giovanni Crosta, finito al centro delle critiche per una villa abusiva ricevuta in eredità dal padre a Zingarello, per la quale esiste una domanda di condono ancora aperta. Una vicenda che ha spinto la lista Controcorrente, sostenitrice del sindaco Michele Sodano, a domandare le dimissioni del vicesindaco, ritenendo la situazione non compatibile con la sua carica e sollevando dubbi sull’uso reale della casa.
Al di là dello scontro personale tra l’editore di ReportSicilia Di Rosa, che ha reso pubblica la storia, e lo stesso Crosta, una questione che verrà chiarita nelle sedi adeguate, il nodo principale è un altro. È realistico pensare di cancellare sessant’anni di errori amministrativi e valutazioni sbagliate da un giorno all’altro, come se fosse possibile trovare una soluzione immediata con un semplice colpo di spugna?
Sebbene si critichi la giunta attuale per l’apparente distacco verso i problemi dei cittadini di Maddalusa, bisogna ricordare che l’origine della vicenda risale a una disposizione adottata nel maggio 2024, quando l’AICA ha stabilito nuove regole d’intesa con Prefettura e Questura tramite il Protocollo di regolamentazione del servizio idrico tramite autobotti. L’obiettivo principale del provvedimento era contrastare il mercato nero e la speculazione sui prezzi durante la crisi idrica, fissando tariffe calmierate, imponendo l’iscrizione degli autotrasportatori a un albo gestito da AICA e garantendo la tracciabilità dei prelievi di acqua dai punti autorizzati.
Intenzioni senz’altro condivisibili, se non fosse che il provvedimento riguardava l’obbligo per gli autobottisti di rifornire unicamente gli utenti regolarmente contrattualizzati o censiti, prevedendo sanzioni economiche e il sequestro del mezzo per i trasportatori che consegnano acqua a utenze non registrate.
Era palese che una misura di questo genere avrebbe avuto come conseguenza il fatto che numerose famiglie residenti nelle abitazioni non sanate si sarebbero ritrovate improvvisamente prive di qualsiasi canale di approvvigionamento, tagliate fuori sia dalla rete pubblica che dal servizio privato di rifornimento, trasformando così un intervento nato per riportare la legalità in un vero e proprio corto circuito sociale, con i nodi storici del territorio che sono venuti al pettine tutti insieme. Da una parte l’esigenza delle istituzioni di applicare la legge, dall’altra il bisogno primario di centinaia di persone che rivendicano l’accesso alle risorse idriche come un diritto umano fondamentale, indipendentemente dalla regolarità urbanistica dell’immobile.
La vicenda di Maddalusa, unitamente al clamore politico, sta adesso facendo da apripista e il provvedimento sulla sospensione dell’acqua in assenza di agibilità o sanatoria sta iniziando ad estendersi anche ad altre zone del territorio agrigentino.
Maddalusa è solo la punta dell’iceberg, ma estendere la questione ad altre contrade e quartieri come Zingarello, Cannatello, Villaggio Mosè o, di recente, via Graceffo, risolve il problema o lo sta ingigantendo?
Se per via Graceffo si è arrivati all’interruzione del servizio perché, durante i lavori di rifacimento della condotta, la Soprintendenza ai Beni Culturali ha espresso parere negativo per via dei vincoli archeologici, dovremmo allora chiederci se non si debba applicare la stessa identica logica all’intera città. Dopotutto, Parco o non Parco, l’intera Agrigento sorge sui resti dell’antica Akragas.
Senza spingersi a questo paradosso, resta un interrogativo fondamentale su cosa accadrebbe se da domani si decidesse di demolire tutte le costruzioni abusive non sanabili. Del resto, pensare di procedere con abbattimenti a campione non farebbe altro che ripetere le disparità e le storture del passato. Senza voler giustificare il fenomeno dell’abusivismo né puntare il dito contro qualcuno, mi pongo la domanda se abbia senso pensare alla possibile demolizione di tutte le costruzioni abusive di Agrigento, o se si tratti solo di un’illusione.
Senza considerare le migliaia di pratiche di sanatoria ancora inevase, atteniamoci al dato parzialmente attendibile che indica sui 700-800 immobili abusivi oggetto di sentenza definitiva di demolizione.
Mettiamo pure il caso – per quanto paradossale – che si arrivi a demolire tutte le costruzioni abusive, chi ne pagherà gli oneri?
Per legge, le spese per la demolizione degli immobili abusivi gravano interamente sul responsabile dell’abuso edilizio o sul proprietario dell’immobile, che deve demolire a proprie spese entro il termine stabilito (di norma 90 giorni).
Se il proprietario non adempie nei tempi previsti, l’immobile viene acquisito di diritto al patrimonio del Comune e l’ente pubblico o la Procura della Repubblica procede con la demolizione d’ufficio in danno dell’inadempiente, tramite ditte incaricate dal Comune o dalle strutture militari del Genio con somme anticipate dallo Stato o dal Comune, spesso ricorrendo al Fondo demolizioni istituito presso la Cassa Depositi e Prestiti.
Successivamente, il Comune o l’autorità giudiziaria avvia l’azione di rivalsa nei confronti dell’ex proprietario o responsabile dell’illecito, esigendo il rimborso di ogni spesa sostenuta, comprese le spese amministrative, di cantiere e di smaltimento dei rifiuti. Qualora il responsabile si rifiuti di pagare o risulti insolvibile, le somme vengono iscritte a ruolo e recuperate coattivamente tramite cartelle esattoriali e pignoramenti sui beni del debitore.
E nel caso di insolvenza e completa assenza di beni del proprietario? Se non è possibile recuperare le somme da alcun soggetto, l’onere rimane a carico del bilancio del Comune o dello Stato, e le somme anticipate tramite il Fondo rotativo di Cassa Depositi e Prestiti per l’esecuzione della demolizione coattiva diventano un debito che l’ente locale deve ripianare con risorse proprie.
Nella migliore delle ipotesi ci troveremmo, in ogni caso, dinanzi a un ulteriore impoverimento di quella che è già una delle città più povere d’Italia. E inoltre, che fine farebbero queste famiglie, trasformate dall’oggi al domani in nuovi senzatetto?
Purtroppo il problema ha ormai raggiunto una dimensione tale da non poter essere liquidato con post sui social o articoli di giornale, e non vorrei davvero trovarmi nei panni delle massime istituzioni agrigentine chiamate a decidere il da farsi. Mi chiedo però, in questi ultimi due anni chi si sia preoccupato di cercare una soluzione reale a un problema che, prima o poi, era inevitabile esplodesse.
Quando si effettuano delle scelte, di qualunque natura esse siano, bisognerebbe sempre valutarne le conseguenze.
Mettendo da parte la questione principale, ossia il dramma ben più grave vissuto da tutte le famiglie colpite dal blocco dell’acqua e l’ombra delle demolizioni, desidero esprimere un’ultima riflessione sull’assetto politico di questa triste cittadina, dopodiché eviterò accuratamente di intervenire di nuovo sul tema per tornare a concentrarmi su argomenti decisamente più seri rispetto alla “misera cittaduzza”.
Se si stabilisce che il possesso di un immobile abusivo costituisce un motivo formale di incompatibilità con gli incarichi pubblici, la città rischia di imboccare una strada autodistruttiva, considerato il fatto che su decine di migliaia di abitazioni complessive un’ampia percentuale risulta non in regola, con migliaia di richieste di condono presentate nell’arco dei decenni e molte ancora in attesa di risposta, ma spesso vincolate e dunque mai sanabili.
A questo punto, se si vuole davvero trasformare questo criterio in un requisito politico inderogabile, sarebbe doveroso avviare immediatamente una verifica a tappeto sull’intero apparato amministrativo, partendo dal sindaco e arrivando a tutti i componenti di giunta e consiglio comunale.
Buona fortuna misera cittaduzza…
Gian J. Morici