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Un percorso di formazione e di studi non è mai soltanto un esercizio accademico o un accumulo di nozioni, ma un laboratorio di umanità dove le intelligenze si affinano e le vite si intersecano come spazio di crescita condivisa. Pubblichiamo il testo di don Giuseppe Pontillo che, facendosi voce e interprete dei compagni (Giuseppe Coppola, Rino Lauricella, Stefano Nastasi, Epifanio Di Leonardo e Carmelo Petrone) traccia il ricordo del prof. Alfonso Cacciatore, nato alla vita vera il 28 agosto; Alfonso emerge non solo come un punto di riferimento intellettuale, ma come una presenza capace di interrogare in profondità e di accompagnare con autenticità.
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Un’amicizia lunga 35 anni, nata agli inizi del percorso formativo e cresciuta tra l’esperienza romana e il successivo ritorno nella terra d’origine. È da questa relazione profonda, fatta di vicinanza, attenzione, ammirazione, preoccupazione, ma anche di condivisione e accompagnamento, che prende forma il ritratto di Alfonso, personale ma anche dei suoi compagni di cammino: non una semplice memoria privata, ma la testimonianza di una figura che ha lasciato un segno umano e spirituale intenso. Guardare oggi ad Alfonso significa riconoscere in lui il compimento luminoso di una sintesi vitale costruita nel tempo, nella sua complessità e provocazione silenziosa.
La sua è stata un’esperienza di fede segnata da domande autentiche, dalla ricerca appassionata di risposte e dalla capacità di consegnare speranza. In questo cammino ha incarnato, con una personale interpretazione che interroga la Chiesa di oggi, la vocazione sacerdotale, vivendo l’amore per Dio e per la Chiesa anche attraverso le stagioni più difficili e dolorose dell’esistenza. La sua presenza non è passata inosservata. Alfonso è stato un prete capace di suscitare interrogativi e riflessioni, sia all’interno del gruppo dei compagni del seminario sia nella Chiesa dei primi anni Duemila.

La sua vicenda personale e spirituale ha continuato a parlare anche quando le sue scelte, maturate in modo travagliato ma consapevole, lo hanno condotto verso un percorso diverso. Un cammino che non è stato una rottura parallela rispetto al precedente, ma una prosecuzione inclusiva della sua storia interiore e della sua ricerca spirituale. Anche nel momento in cui l’esercizio attivo del ministero ordinato si è interrotto, in una fase delicata e complessa della sua vita, la sua testimonianza non si è affievolita. Al contrario, si è trasformata, trovando un nuovo volto e una nuova espressione. Nel matrimonio e nella condivisione profonda con la sposa che gli è stata accanto, Alfonso ha raggiunto un equilibrio umano e spirituale, continuando a offrire una presenza significativa a quanti lo hanno conosciuto. Il suo percorso resta così quello di un uomo e di un credente che ha saputo attraversare cambiamenti, prove e passaggi decisivi senza smarrire il nucleo profondo della propria vocazione. Ed è forse proprio in questa fedeltà, vissuta dentro forme diverse della vita, che si coglie il tratto più autentico della sua personalità. L’arresto dell’esercizio pubblico del ministero ordinato non ha mai significato per Alfonso la negazione o la svalutazione del suo sacerdozio, quanto piuttosto la sua radicale interiorizzazione. È stato sempre consapevole che il carattere impresso dall’ordinazione non dipende dalle funzioni ministeriali o dalla guida di una comunità, ma da un’appartenenza ontologica a Cristo che permane. Nel momento in cui la partecipazione all’altare ha cambiato prospettiva, il suo sacerdozio ha cambiato registro, diventando un sacerdozio esistenziale, offerto nel silenzio della ferialità, nella prova e nella conformazione al Cristo servo e crocifisso. Non un sacerdozio mutilato, dunque, ma un sacerdozio reso ancora fecondo dal discernimento e poi dalla sofferenza. La persona che ha camminato al suo fianco non è stata semplicemente un rifugio affettivo o un sostegno umano generico, ma il segno tangibile di una Provvidenza che continua a prendersi cura del suo ministro. In un equilibrio delicato e mai ostentato, fatto di pudore, rispetto e profonda comunione di fede, entrambi hanno saputo custodire la dignità della vocazione originaria di Alfonso senza cadere nel risentimento o nella chiusura. Con il peso del silenzio hanno generato una testimonianza pulita, esercitando quel sacerdozio battesimale, orientato da quello ministeriale e dal sacramento del matrimonio dopo, che sostiene, consola e raddrizza lo sguardo quando la strada si è fatta buia. Quando la via istituzionale del ministero ordinato si è interrotta, l’amore coniugale non ha supplito a una mancanza, ma ha raccolto l’eredità di una vita spesa per il Vangelo e l’ha tradotta nel linguaggio quotidiano della tenerezza, della fedeltà domestica e della condivisione totale. La casa è diventata il nuovo tempio: non un esilio dalla Chiesa, ma una Chiesa domestica vissuta con la consapevolezza di chi sa che l’amore di Dio non viene mai meno, anche quando cambia forma. Ha amato il suo sacerdozio vivendo l’amore coniugale e custodendo la consapevolezza che l’identità presbiterale non poggia su un modello sociologico o disciplinare, ma sull’configurazione ontologica a Cristo. In Alfonso si è manifestato il ritratto di un uomo che, fedele alla radice della sua chiamata battesimale, ha saputo fare della propria vita un’offerta esistenziale, mostrando come la grazia opera persino attraverso le cesure più aspre della storia personale, trasformandole in un capolavoro di umanità riconciliata e di santità nascosta. La figura di Alfonso apre un crocevia teologico, spirituale ed esistenziale di straordinaria ricchezza, capace di sfidare le letture rigide e dicotomiche che spesso separano la dimensione affettiva da quella consacrata. Aveva una “pretesa”, quella che la sua vita potesse essere un segno profetico, poiché il sacramento dell’ordine e il sacramento del matrimonio hanno concorso a definire un’unica forma Christi. L’amore sponsale, vissuto come oblatività e fedeltà, gli ha offerto una vicinanza empatica e viscerale alle gioie e alle fatiche delle famiglie, degli uomini e delle donne che ha incontrato, e di quelli che non ha incontrato, con una tensione concreta di apertura al Regno di Dio. Abbiamo apprezzato la sua passione per la ricerca teologica, per l’insegnamento, per i suoi alunni, per il suo modo profondo di vivere e agire. La sua vita è stata segnata dalla generosità, e il suo sguardo profondo penetrava le profondità dell’animo di chi a lui si rivolgeva.

Alfonso si è sempre contraddistinto per l’amore alla ricerca della Verità. Non gli bastava leggere e studiare, poiché aveva elaborato una riflessione che si fondava sulla teologia dell’incarnazione, dell’impegno sociale e dell’ermeneutica dell’esistenza. Ha coltivato un’intellettualità teologica “carnale” e “tellurica”, orientata a connettere la riflessione dogmatica e metafisica con le drammatiche piaghe della storia contemporanea. La sua produzione saggistica ci permette di tracciare un profilo teologico-spirituale che parte dalla teologia del limite e dalla centralità degli “Ultimi”, dove il nucleo propulsore della sua riflessione risiede nella convinzione teologica che il divino sia visibile e tangibile nei volti degli emarginati, dei diseredati e dei sofferenti. Nel volume Sbarchi di umanità. Lampedusa il grido degli ultimi (scritto a quattro mani), la migrazione è stata indagata come “marca del tempo” e come innesto di salvezza e provocazione alla coscienza cristiana. La sua è stata una chiara e rigorosa contestazione logica e spirituale alle dinamiche securitarie e alle chiusure identitarie. Con il saggio breve Se tu non piangi… Via Crucis capovolta, ha riletto la Passione di Cristo ribaltando le prospettive: il dolore umano del presente diventa la lente attraverso cui comprendere la Croce, elevando la sofferenza della povera gente a luogo teologico primario.
Un altro elemento chiave del suo profilo è stata l’analisi dell’etica rurale e del sentimento religioso popolare che emerge dal suo Amara è la festa, dove Alfonso, alla luce della sua esperienza personale, eleva la celebrazione e la ritualità comunitaria a vera e propria categoria ontologica: il popolo sottomesso dalle fatiche quotidiane e dalla marginalità storica si riscatta e si riconosce nell’esperienza del sacro, trasformando la memoria del dramma divino in cifra della propria resistenza quotidiana. Ha incarnato la teologia come servizio all’uomo alla luce della sua esperienza giovanile e familiare. Per lui la sfida del teologo, operando una vera conversione dalla sua primissima formazione, non era inseguire il “sacro” in astratto, ma promuovere la santità. Era un teologo, non solo per i forbiti concetti e le novità speculative che conciliava con la sua provenienza, quanto perché voleva essere un servitore della Parola all’interno della missione della Chiesa, con discrezione, nello spazio che gli era concesso. Il profilo di Alfonso si configura come quello di un teologo di frontiera; nella sua analisi era critico ma mai polemico, generando un pensiero non chiuso nelle aule accademiche, ma sempre rivolto all’ascolto delle periferie umane ed esistenziali, capace di coniugare il rigore dell’indagine speculativa con l’urgenza dell’impegno etico e civile.
Alfonso ha coniugato la sua formazione e preparazione con il suo ruolo professionale e pastorale legandolo all’esperienza concreta di vita: nelle scuole dove ha insegnato. Nella sua attività di docente di religione cattolica, da Menfi a Bivona, al liceo Ugo Foscolo di Canicattì, è stato interprete fedele e concreto del ruolo di IRC, donando il gusto della vita; e l’obiettivo primario non è stato la mera nozionistica teologica, ma il trasferimento di un bagaglio di saggezza inteso come capacità di apprezzare ed esaltare la vita. Non cattedre di giudizio, ma banchi di scuola vissuti come cattedrali feriali. Nei lunghi anni trascorsi tra i banchi come docente di religione cattolica, la figura dell’IRC ha trovato in lui una delle espressioni più autentiche, feconde e radicali. Per Alfonso la cattedra non è mai stata uno spazio di indottrinamento o di semplice trasmissione di nozioni, ma il laboratorio quotidiano di una pedagogia dell’incarnazione. Essere professore di religione in un territorio considerato di frontiera ha significato per lui farsi compagno di strada di generazioni di adolescenti e giovani, intercettandone i dubbi, le ribellioni e le domande di senso più profonde inascoltate altrove, anche nelle nostre parrocchie. Era la guida che i giovani e gli adolescenti non trovavano nelle loro comunità. La sua cifra di formatore non risiedeva nei ruoli o nelle etichette, ma nella capacità di accompagnamento. Alfonso sapeva che la vera educazione non riempie spazi, ma accende riflessioni. Ha formato coscienze non imponendo verità preconfezionate, insegnando a pensare, a interrogarsi sulla vita, a guardare la realtà con gli occhi radicali del Vangelo e di un umanesimo adulto. In classe portava la stessa passione con cui scrutava le Scritture e i segni dei tempi; una passione intrisa di ascolto, di rispetto sacro per la libertà altrui e di un’empatia rara. La cattedra IRC è stata il luogo, non di un lavoro, ma di un ministero vissuto nell’ombra discreta della ferialità scolastica. Lì, tra un’ora di lezione e un colloquio nei corridoi, Alfonso ha continuato a esercitare la sua paternità spirituale: un argine contro il nichilismo, un ponte tra la cultura e la fede, una presenza capace di restituire ai ragazzi la certezza di essere infinitamente preziosi. Come educatore autentico non circoscriveva la sua missione nelle aule che ha abitato, ma ha innescato il rapporto di intelligenza e di speranza che ha saputo risvegliare in chi ha avuto la grazia di incontrarlo.
Ma la sua vita non era solo quella pubblica, c’è un lavoro che non fa rumore, che non cerca i riflettori e che si è consumato nel silenzio della polvere e dei volumi. È la storia del lavoro nascosto, ostinato e appassionato che Alfonso ha donato al rilancio della Biblioteca diocesana del Seminario di Agrigento. Per Alfonso non si trattava di un semplice incarico gestionale o di un passatempo accademico. Era, prima di tutto, un atto di gratitudine e di amore filiale. Sentiva un vero e proprio debito di riconoscenza nei confronti di quel luogo: tra quegli scaffali e in quelle sale si era nutrita la sua prima formazione teologica e spirituale. Vedere la Biblioteca in stato di abbandono o di trascuratezza — bistrattata dal tempo e dall’incuria — era stata per lui una ferita viva. Ed è da questa ferita che è nato il suo servizio. Un’opera faticosa, condotta spesso tra i mille impegni quotidiani e le difficoltà di una salute fragile. Alfonso non ha mai ceduto alla stanchezza o allo sconforto. Con una dedizione certosina ha iniziato a rimettere mano a quel patrimonio bistrattato, trasformandolo da deposito polveroso a cuore pulsante di sapere e di ricerca. Ma la sua vera genialità non è stata solo tecnica, è stata relazionale. Alfonso ha saputo fare della Biblioteca un cantiere di popolo. Ha mobilitato, coinvolto e fatto rete: giovani in cerca di punti di riferimento, docenti appassionati, donne e uomini di cultura di estrazioni diverse, credenti e non. Per lui la cultura non era un orpello elitario, ma un luogo di incontro, di dialogo e di umanesimo aperto. Intorno ai libri si è creata una comunità pensante. Questo servizio silenzioso, umile e radicale ha letteralmente trasfigurato il volto e il ruolo della Biblioteca diocesana. Grazie alla sua visione e alla sua spinta infaticabile, essa è uscita dall’isolamento, diventando un ponte vivo e dinamico con lo Studio Teologico San Gregorio Agrigentino e con l’intero mondo della cultura laica ed ecclesiale. Alfonso ci ha insegnato che custodire la memoria di una comunità significa prendersi cura delle sue radici più profonde. La Biblioteca diocesana di Agrigento oggi porta impressa l’impronta invisibile e tenace di un uomo che, servendo la cultura con passione sacerdotale e finezza teologica e culturale, ha aiutato una Chiesa intera a riscoprire che anche dai suoi libri ci sono le fondamenta del proprio futuro.
Nel ricordo di Alfonso resta allora molto più di una biografia personale: resta il segno di una vita che ha saputo tenere insieme fede, intelligenza, sofferenza, amore e servizio. Prete, studioso, educatore, sposo, uomo capace di relazioni profonde, Alfonso ha attraversato passaggi complessi senza smarrire la fedeltà alla radice più vera della propria chiamata. La sua testimonianza continua a interrogare la Chiesa e la società, perché mostra come anche nelle fratture più dolorose possa maturare una forma alta e riconciliata di umanità cristiana. È in questa sintesi, insieme fragile e luminosa, che si custodisce la sua eredità più autentica: aver trasformato ogni stagione della vita in un luogo di dono, di pensiero e di speranza. Per questo il suo cammino non appartiene soltanto a chi lo ha conosciuto da vicino, ma resta una parola viva per tutti coloro che cercano, tra le contraddizioni del presente, un modo vero e credibile di abitare la fede, la cultura e le relazioni umane.