Riceviamo e pubblichiamo:

Sono Antonio Dal Cin, finanziere in congedo assoluto e Vittima del Dovere. La mia vicenda è storicamente nota alle cronache nazionali, anche attraverso specifiche evidenze e interrogazioni parlamentari. Se oggi ritengo necessario tornarci sopra, non è per mera cronaca, ma affinché la tutela fondamentale della salute non soccomba mai più di fronte alle esigenze organizzative di un’Amministrazione dello Stato.
Il mio caso racchiude un corto circuito burocratico e umano che impone una riflessione profonda. La tutela della salute dei lavoratori, l’esposizione all’amianto nei luoghi di lavoro e la gestione del personale del Comparto Sicurezza sono tematiche di assoluto e indubbio rilievo sociale e di pubblico interesse.
2006: Lo Stato che tutela
Il mio percorso inizia da un punto fermo. Nel 2006, l’Amministrazione della Guardia di Finanza riconobbe formalmente la gravità delle mie condizioni sanitarie. Ero già affetto da asbestosi pleurica, una patologia asbesto-correlata contratta a causa dell’esposizione all’amianto durante il servizio. In quell’occasione, accogliendo la mia domanda, lo Stato agì con la responsabilità del buon padre di famiglia: mi concesse il trasferimento definitivo a Sabaudia, esplicitando che la mia situazione meritava la massima considerazione e richiedeva una sistemazione idonea a proteggere la mia salute.
2012: Il colpo di spugna della burocrazia
Quel patto di tutela si è spezzato bruscamente il 3 settembre 2012. Con un provvedimento d’autorità, l’Amministrazione decise di trasferirmi in un’altra articolazione territoriale, motivando l’atto con generiche “esigenze di personale operativo”. Con un colpo di penna, sono stato trattato alla stregua di un militare in perfetta salute. La cecità della burocrazia ha cancellato i suoi stessi atti precedenti, ignorando totalmente la mia iper-vulnerabilità.
Il dramma ambientale: la scoperta dell’eternit
Il paradosso se possibile è diventato ancora più drammatico all’inizio del 2013. Una volta preso servizio nella nuova sede, ho individuato una tettoia in eternit a pochissimi metri dagli uffici. Il 23 gennaio 2013 ho depositato una relazione interna per segnalare il rischio di dispersione delle fibre.
Per un servitore dello Stato con i polmoni già compromessi dall’asbestosi, quella destinazione non era un semplice disagio logistico: era l’esposizione diretta allo stesso identico killer silenzioso che mi aveva ammalato. L’epilogo era purtroppo prevedibile: l’8 gennaio 2014, la Commissione Medica Ospedaliera mi ha giudicato permanentemente non idoneo al servizio in modo assoluto, disponendo il mio congedo. Quel trasferimento coatto aveva spezzato per sempre un equilibrio biologico già precario.
Il muro del formalismo giuridico
La successiva sentenza del TAR Lazio del 2020, che ha respinto il mio ricorso considerando il trasferimento “legittimo” e condannandomi persino alle spese di giudizio, rappresenta il trionfo del formalismo sulla realtà sostanziale. La giustizia amministrativa si è limitata a verificare la regolarità procedurale del potere organizzativo del Corpo. Ha ignorato il principio supremo dell’articolo 32 della Costituzione e dell’articolo 2087 del Codice Civile: l’obbligo assoluto di prevenire i rischi e accertare la salubrità di un ambiente prima di destinarvi un lavoratore fragile.
La dignità della mia battaglia
Parallelamente, la magistratura ordinaria mi ha riconosciuto lo status di Vittima del Dovere per la dipendenza da causa di servizio della mia patologia. Questo traguardo dimostra che il mio grido d’aiuto non era un pretesto, ma una realtà clinica dolorosa e certificata.
Purtroppo, anche il successivo ricorso al Consiglio di Stato per il risarcimento si è scontrato con i rigidi binari dei termini processuali, riducendo a una cifra irrisoria e simbolica un danno inestimabile alla mia salute e alla mia esistenza. Ma la mia battaglia non si ferma a un errore di deposito o a una sentenza amministrativa.
Cancellare la tutela di un malato significa negare la dignità umana. Torno a chiedere a gran voce che la salute non sia mai più subordinata a un’esigenza d’ufficio, affinché nessun altro servitore dello Stato debba mai più trovarsi a servire le istituzioni in un luogo che minaccia la sua stessa vita.
Antonio Dal Cin