Chi ci proteggerà dalla protezione civile?

“Non lasciateci da soli”
Avevamo già pubblicato queste prime parole dell’appello che Giuseppe Bellavia, il papà di Marianna e Chiara Pia, morte nel crollo della palazzina di tre piani in via Del Carmine a Favara, aveva rivolto a tutti, quando pochi giorni fa i crolli nel centro storico di Agrigento hanno riproposto il problema in tutta la sua drammatica realtà.
Crolli, evacuazioni, macere e transenne, hanno caratterizzato in questi giorni la vita degli abitanti delle vie Boccerie, Cannameli, Gallo, Caruana e Vallicaldi di Agrigento.
Avevamo già scritto di come ad attraversare il quartiere, dopo i crolli e le demolizioni, desse la sensazione di trovarsi in un paese terremotato.
Macerie sparse ovunque; case sventrate al cui interno si vedono ancora l’arredamento, gli effetti personali degli ex inquilini.
Cumuli di rifiuti agli angoli delle vie. Cavi elettrici che pendono dalle pareti di case semidistrutte. Porte e finestre murate.
I nostri lettori avevano quindi letto di evacuazioni non preannunciate da nessuno; di ordinanze eseguite senza che fosse mostrato agli occupanti delle abitazioni alcun documento; di porte sfondate in assenza dei proprietari o degli occupanti degli edifici; di gente costretta a passare la notte a dormire in auto – senza neppure aver potuto prendere i propri effetti personali dall’abitazione – nonostante gli organi di stampa avessero divulgato la notizia che tutte le persone evacuate sarebbero state alloggiate negli alberghi della città a spese del Comune.
Trascorsi quindici giorni dall’ “emergenza” che ha portato al “raid” delle demolizioni, degli sgomberi in fretta e furia come se tutto stesse crollando da un momento all’altro, delle transenne, dei muri alzati in un battibaleno per impedire ad eventuali passanti di portarsi in prossimità degli edifici pericolanti, siamo tornati oggi a visitare i luoghi.
Soli, ancora una volta, sono stati lasciati coloro che hanno subito il danno.
Le case sventrate sono ancora lì, come lo erano quindici giorni fa.
Le abitazioni fatte sgombrare in fretta e furia, murandone poi ingressi e finestre, sono ancora lì.
Così come, all’interno delle case, si trovano le suppellettili e gli effetti personali di quei poveri disgraziati che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case come se non ci fosse un solo secondo da perdere.
L’unica cosa che è cambiata, transenne e muri che impedivano il passaggio pedonale, che oggi, con buona pace di quanti tempo record li avevano eretti, sono stati buttati giù.
Transenne divelte e muri demoliti, vanno ad arricchire il cumulo delle macerie degli edifici demoliti in precedenza, mentre quelli pericolanti, continuano a rappresentare un serio rischio per l’incolumità dei cittadini.
A quale santo protettore rivolgersi per evitare che un muro crolli uccidendo qualcuno? A quale santo rivolgersi per far sì che si possa tornare a transitare in quel quartiere?
Parlando di santi protettori, la prima cosa che ci viene in mente, è la Protezione Civile del Comune di Agrigento, che quei giorni di “emergenza” hanno visto protagonista.
Puntuali sorgono però i dubbi e con gli stessi, le domande.
Perché sono state fatte evacuare case che non presentano alcun segno di cedimento strutturale, mentre altre che non hanno più nè solai né tetti, non sono ancora state demolite, né ne sono stati murati ingressi e finestre?
Chi ha effettuato le perizie stabilendo quali edifici andavano evacuati o demoliti?
Cosa ne sarà di quelle case che – indicate nell’ordinanza come edifici da far evacuare – a detta dello stesso responsabile della protezione civile non sono assolutamente a rischio di crollo?
Chi, perché e secondo quali criteri li ha fatti inserire nell’ordinanza di sgombero?
Nei casi di eventuali demolizioni errate (quale la demolizione di una scala esterna che non andava effettuata) chi pagherà i danni?
Chi ha effettuato i lavori di demolizione?
Come sono stati assegnati i lavori?
Perché si è proceduto a far evacuare le case, senza neppure notificare agli occupanti l’ordinanza di sgombero e senza lasciar loro il tempo di prendere gli effetti personali, per poi far trascorrere quindici giorni senza far nulla?
C’era o non c’era questa urgenza?
Gli abitanti che hanno abbandonato i propri effetti personali all’interno delle abitazioni, possono chiedere di tornare dentro a recuperarli, o dovranno lasciarli marcire lì dove si trovano e comprarne degli altri?
Di chi sarebbe la responsabilità se gli edifici in parte sventrati crollassero uccidendo qualche passante?
Di chi la responsabilità se uno dei cavi dell’energia elettrica, lasciato lì a penzolare ad altezza d’uomo, causasse la morte di qualcuno?
Chi dovrebbe controllare ed impedire che le transenne vengano divelte ed i muri abbattuti?
Quanto tempo ancora ci vorrà prima che le strade siano transitabili ed il quartiere non somigli a una zona di guerra dopo un bombardamento?
C’è qualcosa di vero in quello che alcuni residenti vociferano a proposito di interessi e progetti che riguardano la zona?

Se nel caso delle due bambine morte nel crollo di Favara, sull’altare del menefreghismo, dell’interesse personale, della politica con la “p” minuscola, avevamo immolato quelle due giovani vite, nella vicenda del centro storico di Agrigento, resta da capire su quale altare stiamo sacrificando gli interessi degli abitanti della zona e considerato lo strano modus operandi tenuto e come improvvisamente sembra terminata l’ “emergenza”, vorremmo ancora porre una domanda:
Chi ci proteggerà dalla protezione civile?

Gian J. Morici

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