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Il 21 ottobre, giorno del suo battesimo, è la memoria del Beato Pino Puglisi, parroco a Brancaccio ucciso da Cosa Nostra nel 1993. Proponiamo all’attenzione dei nostri lettori, lo scritto che mons. Vincenzo Bertolone – postulatore della fase romana della causa di beatificazione del sacerdote martire in odium fidei – ha fatto pervenire alla nostra redazione. In esso, mons. Bertolone ci offre uno sguardo sulla figura di don Pino, mettendone in luce non solo la testimonianza evangelica e il coraggio di fronte alla mafia, ma anche la straordinaria statura spirituale e pastorale che continua a parlare con viva attualità alle nostre coscienze.
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Una scuola può morire prima di nascere. Muore ogni volta che una richiesta resta senza risposta e, nel frattempo, un ragazzo smette di studiare. Sulla scrivania di don Pino Puglisi c’erano anche queste morti silenziose: bisogni precisi, indirizzi, domande alle quali qualcuno avrebbe dovuto rispondere. Studiando le sue carte ho imparato che la santità può lasciare traccia non soltanto in un diario spirituale, ma anche in un registro di protocollo.
L’8 settembre 1992 il parroco di Brancaccio chiedeva una scuola media con palestra. Sei giorni dopo domandava un presidio sanitario. A ottobre segnalava locali comunali inutilizzati, da aprire alle attività dei ragazzi. Non erano occupazioni estranee al suo ministero. Erano il modo in cui prendeva sul serio le persone incontrate davanti all’altare e fuori della chiesa. Non si può chiamare qualcuno fratello la domenica e considerarlo uno sconosciuto il lunedì.

Il punto più esigente della sua lezione riguarda il tempo. Un ufficio può misurare un ritardo in pratiche arretrate; un adolescente lo misura in occasioni perdute. Mentre una domanda passa da una scrivania all’altra, qualcuno può già offrire al ragazzo denaro, appartenenza, una falsa protezione. L’assenza delle istituzioni non resta vuota: c’è chi impara ad abitarla e a ricavarne potere. Il ritardo non è sempre una questione tecnica. Può diventare una scelta, anche quando nessuno la dichiara: si lascia che il più fragile aspetti perché non ha la forza di rendere scomoda la sua attesa.
Don Pino non voleva diventare il distributore di favori buoni in concorrenza con quelli cattivi. Aiutava un quartiere a riconoscersi titolare di diritti. La differenza è decisiva: il favore lascia un debito verso chi lo concede; il diritto riconosce una dignità che precede la concessione. Chi riceve ciò che gli spetta non deve consegnare in cambio il voto, il silenzio o il futuro di un figlio.
Si comprende allora la forza del nome «Padre Nostro». Dire che Dio è Padre significa togliere fondamento a ogni pretesa di possedere un altro uomo. Il Vangelo non si limita a raccomandare ai potenti di essere meno crudeli: annuncia una fraternità nella quale nessuno nasce servo del prepotente. Per don Pino l’educazione alla libertà non si aggiungeva alla fede. Nasceva dalla fede.
Questa libertà aveva bisogno di una comunità, non di un protagonista solitario. Gli abitanti dovevano imparare a incontrarsi, a formulare una richiesta, a seguire il cammino di una risposta. Il sacerdote non occupava il loro posto: li aiutava a prenderlo. È una lezione anche per la carità ecclesiale, quando corre il rischio di rendere indispensabile il benefattore invece di restituire autonomia a chi viene aiutato.
Il 21 ottobre, memoria liturgica di Puglisi e anniversario del suo battesimo, potremmo leggere una delle sue lettere accanto al racconto del martirio. Capiremmo meglio che il sangue non fu un episodio separato dalla vita del parroco: fu l’esito violento dell’odio contro una fede che stava liberando persone. La sua risposta cristiana non fu un proclama. Ebbe la pazienza delle visite alle famiglie del quartiere e la concretezza di domande messe per iscritto, con una data e un numero di protocollo: una scuola, un presidio sanitario, dei locali per i ragazzi. Una domanda protocollata dà un nome al bisogno e un destinatario alla responsabilità. Il silenzio non può più fingere di non sapere.
Non tutti siamo chiamati a esporci nello stesso modo. Tutti, però, possiamo evitare che una persona scompaia dietro una pratica. Un insegnante che cerca l’alunno assente, un impiegato che spiega anziché liquidare, un parroco che accompagna una famiglia stanno già scegliendo da quale parte stare. Il contrario della rassegnazione non è sempre un gesto eroico: qualche volta è una risposta data in tempo.
La scuola desiderata da don Pino arrivò dopo la sua morte e porta il suo nome. Quel nome ci onora e ci interroga. Per ricordarlo davvero, oltre a domandarci quale edificio dedicargli, chiediamoci quale porta stiamo lasciando chiusa: un’aula, un ambulatorio, un oratorio, o lo sportello dove una domanda aspetta da mesi la sua risposta. Una commemorazione finisce quando si spengono i microfoni. La fedeltà a un martire si vede il mattino dopo: quando un ragazzo può entrare nella scuola che aspettava, una famiglia trova assistenza nell’ambulatorio del quartiere e un cittadino riceve finalmente risposta alla sua domanda.
+ Vincenzo Bertolone
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