INVITO in SICILIA con DELITTO

Se in questo Paese sappiamo fare le automobili, dobbiamo saper fare anche la benzina“.

(Enrico Mattei)

Ho provato a chiedere a giovani laureati e appena avviati alla professione forense se conoscessero quest’uomo: Enrico Mattei.

La quasi totalità dei miei interlocutori nulla sapeva dirmi.

Pochi, tra loro, cercavano sparse luci di memoria tra un sentito dire ed un altro.

Nessuno che avesse un’idea precisa di chi fosse il grande protagonista di una storia italiana conclusasi con il suo assassinio.

Lui – come tanti altri “civil servants” di questo nostro Paese – eliminati per avere osato oltre quel limite in cui nessuno deve osare.

Ucciso allo stesso modo in cui lo sono stati tanti uomini e donne di questa nostra sfortunata terra in cui la Verità è preclusa allo sguardo. 

Sarà bene ricordarla quella Verità e quella storia, sperando che le nuove generazioni ne sappiano trarre saggezza per un futuro migliore.

D’altronde, è ciò che si impone a coloro che sanno che il trascorrere del tempo esige – soprattutto – il fare memoria del passato.

Umile figlio di un carabiniere, Enrico Mattei, fondò – dal nulla – nell’anno 1953 l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).

Inizialmente la politica ed il governo del tempo lo avevano destinato a commissario liquidatore di un ente, l’AGIP, ritenuto superfluo.

Ma l’intelligenza intraprendente di Mattei prevalse sulla mediocrità che lo attorniava.

Comprese che lo strumento da lui creato avrebbe potuto rendere grande l’Italia e farne terra di ricchezza e benessere.

Il miracolo economico era a portata di mano se solo si fosse guidato lo sviluppo con saggezza e determinazione adeguati.

L’ENI negoziò importanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e sottoscrisse un accordo commerciale con l’Unione Sovietica.

Il genio di Mattei intuì come il gas avrebbe – di lì a poco – sostituito il petrolio per il sostentamento produttivo. 

La cosa non passò inosservata agli occhi delle cosìdette “Sette Sorelle”, ovvero le compagnie petrolifere Esso, Shell, BP, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf.

L’autonomia dell’Italia dal petrolio americano e, addirittura, la possibilità della concorrenza nel mercato erano qualcosa di inaccettabile.

Ancora più inaccettabile era, poi, la circostanza che Mattei trattava con i paesi poveri (ma custodi di enormi giacimenti minerari). 

L’ENI garantiva, a questi custodi delle riserve petrolifere e di gas, non meno del 75% dei profitti dello sfruttamento.

Era, questo, un oltraggio a quanto fino a quel momento imposto dai veri padroni del petrolio…

Se le “sorelle” petrolifere americane vedevano Mattei e la sua ENI come un pericoloso calabrone al naso, uguale sensazione nutrivano i francesi per gli accordi sottoscritti in Algeria.

Il gas che sostituiva il petrolio avrebbe distrutto il ricco regime di mercato fino a quel momento imposto.

La cosa, poi, davvero inaudibile era quella che Mattei aveva sviluppato un’apertura al nucleare che – in poco tempo – avrebbe reso l’Italia libera dalla necessità del greggio.

Inviso alle potenze economiche americane, ma antipatico anche ai francesi di ELF per avere osato mettere piede in Algeria e concluso un accordo per un gasdotto.

Insomma, questo Mattei e la sua ENI andavano ridimensionati e fermati al più presto.

Come ciò avvenne è scritto nelle carte processuali di un attentato che – come quello ai nostri martiri siciliani – doveva uccidere, ma anche essere di monito per tutti.

L’aereo di Mattei si disintegrò – nella sera del 27 ottobre 1962 – mentre atterrava all’aeroporto di Linate proveniente dalla Sicilia.

Una carica di esplosivo era stata piazzata all’interno del carrello sì che la sua apertura diede seguito allo scoppio.

Morirono con lui il pilota e un giornalista statunitense, William McHale, inviato ad intervistarlo dalla testata Time-Life

La strage fu subito archiviata come un incidente e sugli accadimenti gravò, di lì a poco, il segreto di Stato.  

Solo per colorire all’italiana questa storia, va riferito che il Pubblico Ministero del tempo (tale Edoardo Santachiara) ventilò la possibilità che il disastro aviatorio si fosse generato per causa di un gesto insano indotto da “una delusione amorosa connessa ad una relazione extra-coniugale del pilota con una hostess dell’Alitalia“.

Inutile dire che il successore di Mattei – fortemente sospettato di avere tramato insieme ad altri interessati la sua eliminazione – mutò subito il progetto avviato dall’ENI.

Basta leggere la sentenza della Corte d’Assise di Palermo, emessa il 10 giugno 2011 (sul caso De Mauro), per capire cosa esattamente accadde…

La storia, però, non finisce qui e si intreccia con tanti “sfortunati” destini di altri protagonisti.

“La stranezza” (avrebbe detto il regista Roberto Andò…) è quella che Mattei era stato attirato in Sicilia con la scusa di una sommossa da sedare nel piccolo paese di Gagliano Castelferrato (Enna).

Era stato trovato il metano nel sottosuolo di quel borgo sperduto e da quella scoperta la protesta dei cittadini che avversavano la costruzione in quel luogo di una centrale.

L’invito in Sicilia era un “obbligo” che in tanti avevano caldeggiato.

Le ultime parole famose Mattei le pronunciò davanti ai gaglianesi preoccupati: “Questa enorme massa di risorse è messa a disposizione della Sicilia…”.

La sommossa era solo una scusa per fare sì che l’aereo di Mattei, da Gela dove era atterrato, fosse portato all’aeroporto di Fontanarossa dove la mafia siciliana si occupò del resto.

Il Morane-Saulnier MS.760 Paris I – SNAP – così si chiamava l’aereo – venne sabotato con una precisione tecnica militare che fa pensare a quella usata nella strage di Capaci.

Concludo brevemente.

Molti giornalisti, intellettuali, uomini di cultura e di ingegno – da allora – si sono interrogati sul caso Mattei.

Mirabile interpretazione diede al personaggio l’attore Gian Maria Volontè nell’indimenticabile film di Francesco Rosi (che dovreste rivedere…).

La cosa che fa pensare sta, però, in questo.

Pier Paolo Pasolini si occupò del caso con il libro “Petrolio”, ma non riuscì a completare il suo lavoro perché assassinato brutalmente nella notte del 2 novembre 1975.

Uguale destino era toccato, tempo prima, al giornalista Mauro De Mauro, inghiottito dal nulla nella notte del 16 settembre 1970. 

Leonardo Sciascia, da scrittore ed intelletto illuminato di questo Paese, correlando questa scomparsa al caso Mattei ebbe ad affermare:

De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato o, forse, la cosa sbagliata all’uomo giusto…”.

Da allora molti altri “civil servants” hanno trovato la morte violenta in terra di Sicilia.

Tutti per avere osato oltre quel limite in cui nessuno deve osare…

Lorenzo Matassa

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