Lettera di un magistrato al sindaco di Palermo

Gentile Signor Sindaco di Palermo,

È un Magistrato della Repubblica che Le scrive questa lettera aperta. Lo so. Adesso penserà che coloro che hanno il mio ruolo dovrebbero stare zitti, legati come sono al dovere di riservatezza delle toghe. Secondo questa teoria – che piace tanto ai politici – quelli come me dovrebbero solo fare (sollecitamente) i processi e scrivere sentenze, ordinanze e decreti. Punto.

Mi permetterà di dissentire in parte da questa opinione (condivisa anche da alti esponenti del CSM). Rivendico il mio buon diritto di partecipare, con pensieri e parole, a quella che da tutti viene chiamata Democrazia e che – secondo la nostra Costituzione – non può escludere nessuno dalla possibilità di sentirsi parte di una comunità.

D’altronde, ricorderà che la parola greca πόλις (da cui l’idea della politica promana) presupponeva che tutti i cittadini liberi fossero sottoposti alle stesse norme di diritto e che ognuno potesse trovare la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del bene comune. Insomma – come, celiando, avrebbe detto Heinrich Theodor Böll – anche un clown può (e deve) dire la sua soprattutto quando si sta parlando del futuro del circo.

Ecco – Gentile Signor Primo Cittadino – del futuro del circo, chiamato Palermo, vorrei parlarLe.

Sì… è vero… la direzione circense degli anni passati ha ridotto il tutto ad un diruto tendone sotto il quale si sono avvicendati patetici nani e ballerini. Il pubblico, assai rarefatto, applaudiva freneticamente alla “inclusione” nello spettacolo di artisti di varia natura senza avvedersi che le strutture portanti del tendone stavano, a poco a poco, crollando.

Adesso il suo compito è assai difficile perché non è solo rialzando il tendone che il circo ricomincerà a funzionare. Abbandonerò la metafora perché le mie parole possano pervenirLe forti e chiare.

Il popolo palermitano è – ormai da troppo tempo – assuefatto ad una dimensione del suo vivere a metà strada tra l’inciviltà e l’indifferenza. Genesi ne è nell’ignoranza e nell’atavica povertà morale che ha permesso alla mafia di allignare e poi permanere fino ad oggi.

A questo proposito fanno sorridere le affermazioni rese da taluni politici secondo cui la mafia sarebbe vinta e disarticolata nella sua capacità criminale. Le ultime operazioni di polizia giudiziaria (solo pochi giorni fa l’arresto di 35 favoreggiatori del famigerato “latitante” Messina Denaro…) danno dimostrazione del contrario.

Ma, in realtà, è la mentalità mafiosa che non ha mai abbandonato grande parte della gente di Palermo e l’opera più difficile dovrà incidere su questo immanente disvalore. Missione quasi impossibile se si pensa che una parte della popolazione di Palermo vive costretta in aree urbane prive di ogni connotazione di civiltà (si pensi, per tutte, allo ZEN o al quartiere di Brancaccio). È chiaro che laddove non incide l’Amministrazione, in quegli stessi luoghi si sostituisce l’organizzazione criminale.

Le faccio un esempio che Le spiegherà ogni cosa. Tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario dell’assassinio di Don Pino Puglisi (15 settembre 1993). Il Beato di Brancaccio avrebbe voluto mutare il destino dell’area territoriale da sempre “in mano” alla famigerata “Famiglia” dei Graviano.

Ebbene, verifichi se la sorte di quel quartiere sia davvero mutata (dopo quasi trent’anni dal martirio) e si farà ragione della regola universale raccontata da Einstein secondo cui “la vera follia è continuare a fare la stessa cosa con l’aspettativa di risultati diversi…”.

Lorenzo Matassa

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