Suicidio militare del Settimo Reggimento Alpini (Belluno) – Intervista all’avvocato Giovanna Angelo

caserma salsa bellunoDomenica scorsa, presso la caserma Salsa di Belluno, si è tolta la vita la trentenne T.R., Caporal Maggiore degli Alpini. La giovane donna, mentre si trovava da sola nel suo alloggio, ha deciso di porre fine alla propria esistenza impiccandosi. Il 43° suicidio del 2019 di un appartenente alle Forze Armate o alle Forze dell’Ordine.

Ne avevamo già scritto, chiedendoci quali fossero le ragioni che sembra stiano seminando una lunga scia luttuosa tra quanti indossano una divisa.

A farci tornare sullo specifico caso dell’alpina T.R., l’intervento di Domenico Leggiero dell’Osservatorio Militare, il quale nel corso di una conferenza stampa alla presenza di Rachele Magro, psicologa dell’associazione “L’altra metà della divisa”, ha avanzato delle perplessità, al punto tale da chiedere che ne venisse impedita la cremazione del corpo e che fossero svolte approfondite indagini.

“Qualcuno – ha dichiarato Leggiero – ha detto che si è suicidata, si è parlato anche di un biglietto che la soldatessa avrebbe scritto, ma l’unica certezza è che lei non poteva essere dov’era perché la Commissione medico-ospedaliera di Padova l’aveva dichiarata due mesi fa temporaneamente non idonea per depressione e aveva proposto che venisse sottoposta ad un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso). La donna l’aveva evitato optando per il ricovero di una settimana in ospedale per gli accertamenti. Qualcuno deve spiegare perché, con questo quadro clinico, la militare si trovava in caserma domenica scorsa”.

Un’affermazione che non può non suscitare dubbi, ed è per questo che ne parliamo con l’avvocato Giovanna Angelo.

 

D: Avvocato Angelo, il Caporal Maggiore T.R., del Settimo Reggimento Alpini, ha posto fine alla sua esistenza nel suo alloggio in caserma.

Secondo quanto affermato dall’esponente dell’Osservatorio Militare, T.R. non avrebbe dovuto trovarsi in caserma. Cosa ne pensa?

 

R: Su questa triste vicenda ritengo sia necessario fare degli accertamenti al fine di chiarire alcuni aspetti. Il fatto che il Caporal Maggiore, nonostante il quadro clinico molto delicato, si trovasse in caserma lascia presagire che i superiori hanno ritenuto di aiutare la ragazza lasciandola nel luogo a Lei più familiare al fine di non provocare l’ulteriore trauma di un allontanamento repentino dal luogo di lavoro.

 

D: Dando per scontato che lo stato clinico, sotto il profilo psicologico del Caporal Maggiore, nonché l’averla dichiarata temporaneamente “non idonea”, avrà imposto il sollevamento da ogni tipo di servizio, ritiene che una caserma militare sia il luogo idoneo dove trascorrere un periodo di “convalescenza”?

 

R: La situazione suscita qualche perplessità dal momento che il quadro clinico del Caporal Maggiore era particolarmente delicato da indurre la commissione medica a dichiararla non idonea al servizio. Personalmente ritengo che una caserma militare non sia il luogo idoneo per trascorrere il periodo di convalescenza di un soldato. Una caserma non ha adeguati strumenti per aiutare i propri soldati in questi momenti. Nel caso di specie ritengo sia necessario verificare come trascorreva la quotidianità il Caporal Maggiore in caserma e soprattutto se e quali mansioni le erano state assegnate in questo periodo.

 

D: Prescindendo dalla poca assistenza che poteva essere garantita a una persona per la quale era proposto che venisse sottoposta ad un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), nelle caserme, come ben sappiamo, la giornata è scandita da ritmi diversi che non in ambito civile…

 

R: Bisognerebbe verificare se l’ordinamento militare possa consentire ad un superiore di far rimanere in caserma un militare con un quadro clinico così delicato e con quali mansioni. Ritengo che la ragazza fosse sottoposta ad una terapia con psicofarmaci che a mio avviso non sono compatibili con i ritmi di una caserma. Dalla stampa è emerso che la ragazza nel momento in cui ha commesso il triste gesto si trovava da sola. Mi chiedo: se aveva la dovuta assistenza, se non era da sola forse si poteva evitare questa immane tragedia per la famiglia e per le Forze Armate?

 

D: Ritiene che possano sussistere delle responsabilità in merito alla gestione della vita di un militare in condizioni psicologiche tanto provate, qualora non siano stati posti in essere tutti gli accorgimenti possibili idonei a scongiurarne un così tragico epilogo?

 

R: Negli ultimi anni il numero dei suicidi nelle Forze dell’Ordine e nella Forze Armate purtroppo è aumentato in modo spaventoso. A mio avviso in queste situazioni occorrerebbe fare delle indagini approfondite affinché vengano accertate eventuali responsabilità. Le Istituzioni hanno il dovere di addestrare un soldato non perdendo di vista la persona. Ogni soldato è una persona che deve essere addestrata, seguita ed aiutata durante tutta la carriera. Solo così lo Stato può formare ottimi soldati e dimostra serietà.  

 

D: La procura sembra aver già archiviato il caso, non ritiene che forse – come suggerito da Leggiero – sarebbe stato il caso di avviare più approfondite indagini?

 

R: Probabilmente la Procura ha già archiviato le indagini perché si tratta di un suicidio. Dalla stampa è emersa la richiesta di bloccare la cremazione che io personalmente non condivido. Se è stato accertato che si tratta di suicidio e non di omicidio perché bloccare la cremazione? Per verificare un dato già accertato che la ragazza, viste le condizioni psicofisiche, quasi certamente  faceva uso di psicofarmaci? Tutto ciò emerge molto probabilmente nel fascicolo personale del Caporal Maggiore. A mio avviso occorrerebbe approfondire le indagini per accertare le condizioni di vita della ragazza in caserma e occorrerebbe sentire i colleghi affinché possa accertarsi se una tale immane tragedia con la dovuta attenzione poteva evitarsi.   

 

D: Chi o cosa potrebbe dar luogo all’avvio di eventuali ulteriori indagini?

 

R: Le persone che potrebbero attivarsi per sollecitare ulteriori indagini sono i familiari. Nel caso di specie la mamma potrebbe presentare un esposto in Procura affinché vengano riaperte le indagini  per accertare la verità e rendere Giustizia alla figlia.

 

D: Considerato l’elevato numero di suicidi tra appartenenti alle F.F.A.A. e appartenenti alle F.F.O.O. non ritiene che possano sussistere responsabilità nella gestione di questo personale, anche in considerazione del fatto che una volta accertatone lo stato di disagio pare che nulla venga fatto per scongiurare il rischio di un suicidio?

 

R: Personalmente ritengo che l’elevato numero di suicidi nelle F.F.O.O. e nelle F.F. A.A. debba far riflettere. Non dobbiamo dimenticare il caso di un poliziotto in servizio all’ufficio prevenzione generale della questura di Palermo, suicidatosi nel mese di agosto, l’esame dello stato di salute psicofisica  aveva posto in evidenza stati depressivi tali da indurre al ritiro del tesserino e dell’arma d’ordinanza. Nel caso di specie se il ritiro dell’arma può evitare situazioni drammatiche non può essere l’unico aiuto. Occorrerebbe attivare azioni di sostegno verso queste persone che si trovano ad affrontare momenti di grande difficoltà con un grande supporto umano e soprattutto specialistico. Chiunque si trova ad affrontare momenti di grandi difficoltà non deve essere lasciato solo soprattutto se si tratta di persone appartenenti alle Forza dell’Ordine.

 

Termina qui la nostra intervista all’Avvocato Giovanna Angelo, le cui risposte alle nostre domande aprono a diversi possibili interrogativi che vanno al di là del fatto se T.R. potesse o meno trovarsi in caserma nel momento in cui ha deciso di porre fine a un’esistenza evidentemente giudicata impossibile da condurre.

T.R., che qualità di vita conduceva in caserma? C’è da ritenere, con quasi certezza, che fosse esonerata da ogni genere di servizi; ma c’è la stessa certezza che non fosse sottoposta alle rigide regole che scandiscono ogni giorno la vita dei militari e, soprattutto, ha avuto l’assistenza di cui avrebbe necessitato?

A queste domande – come ha precisato l’Avvocato Angelo – potrebbero rispondere soltanto i suoi colleghi e i suoi superiori, sempre che le indagini non siano state già chiuse o, nel caso lo fossero, se i familiari decidessero di presentare un esposto chiedendo che vengano riaperte  per accertare la verità e rendere Giustizia alla figlia.

 

Gian J. Morici

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