Sindacati e sindacalismo di mestiere

potereChe fine hanno fatto i sindacati e quei sindacalisti che anche a rischio della propria vita lottavano in favore delle classi più deboli, dei contadini, dei lavoratori sfruttati e per i diritti fondamentali dell’essere umano? Senza scomodare Uomini come Accursio Miraglia, Lorenzo Panepinto, Nicolò Azoti, Placido Rizzotto e i tanti altri che morirono per vile mano mafiosa, o i più recenti caduti negli anni di piombo del terrorismo, c’è da chiedersi cosa ne sia stato del ruolo fondamentale svolto dal sindacato.

Gli anni passano e oggi tra chi si ricicla, chi fa il salto di qualità e occupa poltrone d’oro e chi si presta a  difendere i peggiori privilegi, anche da parte datoriale e in danno dei lavoratori, la storia sindacale in alcuni casi finisce con l’essere rappresentata da chi vede nel sindacato un centro di potere dal quale trarre benefici personali, indifferenti alle nuove vittime della nostra società.

Dal sindacalista che riceve favori anche da occulti proprietari di aziende, a quello che uscito indenne per il rotto della cuffia da traversie giudiziarie riacquista l’arroganza, che è il potere dei poveracci – moralmente s’intende –  sembra di trovarsi dinanzi la brutta copia di coloro che hanno controparti nei tavoli di trattativa. Stessi comportamenti, stessa arroganza e, forse, gli stessi interessi. Un sistema di privilegi e privilegiati che nasce e cresce sul sudore degli altri.  Dobbiamo rassegnarci, come per quello che riguarda la classe politica del passato, messa a confronto di quella degli ultimi trent’anni, anche per quello che riguarda i sindacati, con le dovute eccezioni, non possiamo che prendere atto che al peggio non c’è mai fine.

Comizi e belle parole in difesa di lavoratori e pensionati, restano ciance da bar buone per ingannare gli allocchi. La verità è quella che abbiamo permesso che si arrivasse a un sindacalismo di mestiere i cui veri interessi sono i tavoli delle trattative (che tali sono e non certo nell’interesse dei lavoratori), le carriere finalizzate al raggiungimento di obiettivi politici, le pensioni d’oro costruite sul sangue e sul sudore dei lavoratori.

È sufficiente dare uno sguardo al numero di politici provenienti dal mondo sindacale e alle leggi approvate dal parlamento, per rendersi conto di come ci si trovi dinanzi un grande inganno perpetrato in danno dei poveri lavoratori che per anni hanno creduto alle contestazioni di facciata, ai comizi, agli scioperi organizzati da chi aveva mire personali. Il sindacato serve ancora? Sì, il sindacato serve. Quello che non serve, e che anzi è deleterio, è il sindacalismo di bassa lega esercitato da chi, con comportamenti poco limpidi o con l’arroganza di chi ritiene di essere entrato a far parte di un centro di potere che lo eleva al di sopra degli altri, finisce con lo screditare il sindacato stesso e alimentare la sfiducia da parte dei lavoratori e delle classi più deboli. Sono questi i soggetti da mandare a casa.

Quando circa dieci anni fa scrissi un articolo denunciando questi fatti che riguardavano la provincia di Agrigento, diedi la stura a una serie di violenti attacchi contro la mia persona, che ben presto videro scendere in campo anche i vertici regionali di alcune sigle sindacali. Fu un errore quello loro, poiché in breve tempo, grazie ai commenti e alle informazioni acquisite, portammo alla luce la parentopoli nei sindacati, gli scandali della formazione e tante altre vicende che approdarono anche nelle aule giudiziarie. Anni durante i quali in pochi si aveva il coraggio di scrivere delle malefatte e dei rapporti poco chiari tra politica e sindacato. Poi  alcuni personaggi sparirono dalla scena. Ma tra riciclati e nuove promesse, oggi come allora, è necessario tornare a scriverne. Forse è necessario tornare a scriverne partendo da quello che fu il luogo d’origine: la città di Agrigento!

Gian J. Morici

 

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