I colpi di coda del rais

È una vecchia volpe il dittatore libico e già si prepara al dopo. Consapevole del fatto che verrà chiamato a rispondere del bagno di sangue nel quale ha tentato di annegare le proteste del suo popolo, sta già mettendo in atto tutte le contromisure possibili per cercare di ribaltare la situazione in suo favore, addossando ai manifestanti la responsabilità delle stragi e occultando gli orrori di questi giorni.
Eventuali prove di quanto accaduto, potrebbe fornirle solo la presenza nei luoghi di inquirenti super partes.
Nel corso del dibattito sulle sanzioni da applicare alla Libia, i diplomatici degli Stati Uniti hanno tentato di inserire nella risoluzione la possibilità di un intervento militare internazionale.
Hanno chiesto di usare “tutti i mezzi necessari per proteggere i civili e gli impianti” e nella risoluzione ONU questa terminologia è usata generalmente come codice per un’azione militare.
La richiesta non ha trovato accoglimento poiché l’Ambasciatore delle Nazioni Unite Sergei Lavrov non ha mai dimenticato il trucco giuridico utilizzato dagli Stati Uniti e Gran Bretagna per invadere l’Iraq e la Russia ha insistito sul fatto che le risoluzioni contengano una clausola che vieta espressamente l’uso della forza militare.
Nonostante il Pentagono confermi che forze navali e aeree si stanno avvicinando alla Libia, l’intervento militare è considerato improbabile.e le forze aeronavali verrebbero utilizzate soltanto per fornire aiuti umanitari e per contribuire alle evacuazioni.
Senza forze armate sul territorio libico, sarà molto difficile provare i crimini commessi dal regime di Gheddafi e il rais sa bene che in mancanza di prove certe, neppure la Corte Penale Internazionale potrà far nulla per condannare i responsabili degli eccidi.
Quale metodo migliore se non quello di far sparire il ‘corpo del reato’, o meglio i ‘corpi’?
A confermare gli intenti del dittatore, l’ambasciatore libico, Ibrahim Dabasshi:
“E ‘difficile dire quanti sono i morti a Tripoli, perché quando qualcuno viene ucciso o ferito, loro (forze filogovernative ndr) vengono a prenderne il corpo.”
Anche questa testimonianza, seppur frammentata, serve a rendere l’idea di quello che accade a Tripoli:
“anche le ambulanze sono pieni di mercenari … devi firmare un documento che suo figlio / figlia è stata uccisa dai manifestanti, altrimenti non potrà ottenerne il corpo … molte persone sono scomparse … … rapite… la gente paga 7.000 dinari per il rapimento di … amici miei sono stati uccisi da cecchini Venerdì … sono morti, e un uomo anziano è morto di fronte a me e … 40.000 persone protestano… . ci sono molti cecchini… giro-i video sono, ma vengono verso di me…
Un altro uomo a Tripoli descrive la “situazione” nella capitale libica:
“su altre 100 negozi, forse quattro sono aperti. Su 100. Anche quelli che sono aperti non sono a proprio agio. Anche le scorte di cibo stanno iniziando a diminuire”.
Mentre i funzionari doganali abbandonano i loro posti a Ras Ajdir, lungo il confine con la Tunisia e l’ex ministro della giustizia contatta gli anziani delle tribù, nella speranza che unendosi abbattano il regime di Gheddafi, il dittatore fa sparire i corpi del misfatto o addebita gli omicidi ai dimostranti.
Il popolo libico, pur rifiutando l’idea di un’occupazione militare targata USA, comincia a chiedersi perché le forze di pace delle Nazioni Unite non fanno nulla per evitare il proseguo delle stragi e per evitare che i responsabili possano non rendere conto dei loro misfatti.
Che debba vincere ancora una volta il rais?

Gian J. Morici

condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *