Il golpe bianco

Mentre i politologi dei processi di democratizzazione studiano in che modo le istituzioni abbiano influito sulla democratizzazione degli stati europei, analizzando assetti economici e sociali, a tutti sembra sfuggire come recenti scelte istituzionali stiano minando la consolidazione democratica e la sua stabilità.

Se infatti è indispensabile per la democrazia che vi siano delle regole scritte che limitino il potere politico mediante leggi stabili, garantendo l’indipendenza del potere giudiziario e i diritti costituzionalmente garantiti delle minoranze, l’Italia non può più essere considerato un Paese democratico.

In passato, il modello giudiziario europeo, e in particolar modo quello italiano, ha garantito l’indipendenza dei magistrati secondo il modello di Montesquieu, assegnando loro il ruolo di chi parla in nome della legge.

Un ruolo super partes, per impedire la dipendenza del potere giudiziario da quello politico, garantendo così i diritti e l’uguaglianza del cittadino dinanzi la legge.

Fallito – o almeno si spera – il tentativo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di far legiferare in modo da porre il potere giudiziario sotto l’esecutivo, dobbiamo prendere atto che, in maniera del tutto illegale, nei fatti e seppur non legiferando in materia, il governo o quantomeno chi ne è a capo, è riuscito nell’intendo.

Né è una prova concreta il rilascio della ragazza marocchina ‘Ruby’, a seguito della telefonata del premier alla questura di Milano.

Secondo quanto affermato dai magistrati, dinanzi all’ordine di un giudice e ad una telefonata del presidente del Consiglio, le forze di polizia, che dovrebbero eseguire gli ordini del magistrato, hanno ritenuto di dover rispondere a quanto ordinato loro da un politico che, seppur presidente del Consiglio, non dovrebbe poter interferire con il potere giudiziario.

Un golpe bianco, passato quasi nel silenzio più assoluto da parte del mondo politico, dell’informazione e delle forze sociali.

A Berlusconi dunque non necessita più legiferare.

Niente leggi ad personam, né inutili lodi che finiscono sempre con l’ingenerare inutili polemiche.

Molto più comodo una semplice telefonata, per far sì che chi preposto alla tutela dell’ordine pubblico e a far rispettare la legalità, ignori gli ordini dei magistrati e si metta a totale servizio del potere politico gestito da un solo uomo.

Resta il solo problema di una certa informazione che continua a rappresentare una delle poche sacche di resistenza al sistema ‘soft totalitario’, del piccolo monarca italiano.

A risolvere questo piccolo e fastidioso dettaglio, il presidente preannuncia un provvedimento in tre punti: “l’utilizzo ddelle intercettazioni dovrà essere limitato al terrorismo internazionale, alle organizzazioni criminali, alla pedofilia e agli omicidi; le intercettazioni non potranno essere prodotte come prove né dalla accusa né dalla difesa; chi pubblicherà il testo di intercettazioni dovrà subire un fermo del suo media da 3 a 30 giorni”.

Dunque intercettazioni sì, ma a condizione che non disturbino quanti commettono i reati dei quali si rendono spesso colpevoli i nostri politici: corruzione, evasione, scambio di voti, falso in atto pubblico, collusioni di vario genere e a vario titolo etc.

Il golpe è servito!

E mentre alcuni uomini si pongono al di sopra della legge e impediscono di fatto che il potere giudiziario svolga il proprio compito, il ministro della giustizia, quel tale Angelino Alfano che sembra essersi specializzato in ‘lodi da guardagingilli’, cosa fa?

Dimenticando il ruolo del Guardasigilli – in quanto custode del Sigillo di Stato e non di gadget di vario genere – e il modello di Montesquieu, che pur avrà studiato, ripassa il ‘bunga bunga’ gheddafiano.

Gian J. Morici

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